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Giusto poter divorziare: mai più menzogne in famiglia

UN PO’ DI STORIA

La separazione era già in uso nell’antichità presso i greci e i romani, nonché nei primi secoli della cristianità: il Codice di Giustiniano ancora consentiva il divorzio.

Solo in seguito il cattolicesimo imperante impose l’indissolubilità del matrimonio: la riforma protestante, nelle regioni in cui si impose, ripristinò la possibilità del suo scioglimento, mentre per quanto riguarda quella parte di Europa rimasta sotto l’influenza del Vaticano si dovette attendere fino a tempi relativamente recenti. In Italia, fino al 1970.

L’assurdità di costringere a vivere insieme persone che non hanno più nulla da dirsi ha richiesto oltre un millennio per essere dichiarata tale.

L’INTRODUZIONE DEL DIVORZIO IN ITALIA

L’art. 34 del Concordato del 1929 («Lo Stato italiano, volendo ridonare all’istituto del matrimonio, che é a base della famiglia, dignità conforme alle tradizioni cattoliche del suo popolo, riconosce al sacramento del matrimonio, disciplinato dal diritto canonico, gli effetti civili...») dava alla Chiesa Cattolica un ampio potere in materia matrimoniale. Ragion per cui, quando l’Assemblea Costituente decise di inserire i Patti Lateranensi nella Costituzione, all’art. 7, ci furono legittime perplessità da parte laica: questa inclusione non avrebbe leso la potestà dello Stato di legiferare, eventualmente, sul divorzio?

A dissipare i dubbi furono gli stessi cattolici: pretendendo che, nella Costituzione, il matrimonio fosse dichiarato indissolubile. Un emendamento del deputato Grilli (PSDI), con soli tre voti di maggioranza, respinse questa richiesta, aprendo un varco che sarebbe tornato utile qualche decennio dopo.

L’introduzione del divorzio nell’ordinamento giudiziario italiano dovette aspettare infatti il 1970: grazie alla tenace battaglia dell’onorevole Loris Fortuna (PSI), a cui in seguito si aggiunse l’onorevole Antonio Baslini (PLI), e con il determinante supporto della LID (Lega per l’Istituzione del Divorzio), il cui segretario era Marco Pannella.

La legge 898 (c.d. Fortuna-Baslini) fu approvata in via definitiva dalla Camera il primo dicembre 1970, con 319 voti favorevoli e 286 contrari: curiosamente, nel testo la parola «divorzio» non compare mai, sostituita dal più neutro «scioglimento del matrimonio».

Contro questa legge il Vaticano impose un referendum, convinto di stravincerlo. Il 12 e 13 maggio 1974 33 milioni di italiani dovettero recarsi alle urne, e diedero alle gerarchie cattoliche un sonoro schiaffo: quasi il 60 per cento della popolazione votò contro l’abrogazione della legge (in testa la Val d’Aosta col 75,1%, in coda il Molise con il 40%).

Successivamente, la normativa fu modificata, ampliata e migliorata dalle leggi 436/1978 e 74/1987. In particolare, con quest’ultima si snellirono i tempi e si diede al giudice la facoltà di pronunciare la sentenza di divorzio separatamente dalla discussione sulle condizioni accessorie (assegni, figli, etc).

da www.uaar.it

Pubblicato il 6/8/2005 alle 18.39 nella rubrica Laicità.

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