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Questo partito è la mia casa -by Darwin Pastorin - da Liberazione

Non potrei vivere senza i sogni, senza le passioni. Anche adesso, alle soglie dei cinquant'anni. Conto ancora le nuvole, seguo il buffo andirivieni dell'aquilone con mio figlio Santiago, credo nella possibilità di un mondo migliore. Dentro di me, come per Platone e Pascoli, vive un «fanciullino». E questo «fanciullino» è capace di stupirsi, indignarsi, commuoversi. Di rifiutare le situazioni di comodo, le ragioni dei più forti, la morale di chi è senza morale, di chi pensa al guadagno facile e non sa guardarsi al fianco, dove c'è un povero che allunga la mano, un bambino che chiede un pezzo di pane, un anziano solo. Faccio parte, con orgoglio, del Partito della Sinistra Europea perché, da sempre, ho imparato a guardarmi attorno. Perché credo nei progetti politici, sociali e culturali di Fausto Bertinotti. Perché il cammino è difficile, ma non impossibile.

Guardarsi attorno. Ho cominciato a farlo da bambino, a San Paolo del Brasile. In quella Rua Nossa Senhora da Lourdes che per me è, nella memoria, nel mito, nella consolazione, come la Rua dos Douradores di Bernardo Soares/Fernando Pessoa («Penso a volte che non uscirò mai da questa Rua dos Douradores. E se lo scrivo, mi sembra l'eternità»). Lì, io, figlio di emigranti veronesi, giocavo con coetanei ebrei, mulatti, polacchi, coreani. Inseguivamo la vita, consapevoli, fin da quel tempo, delle fatiche dei nostri padri e delle nostre madri. Stavamo bene insieme, in quella moltitudine di lingue, dialetti, speranze. Ringrazio il Brasile per avermi insegnato che il razzismo è una vergogna.

I miei genitori tornarono in Italia nel '61. Non più Verona, ma Torino. La Torino dell'effimero chiamato Boom Economico. «Venite, venite signori alla fiera del lavoro, posti per tutti, case per tutti!». Quanti imbonitori, quante illusioni. Cottimisti, non ottimisti. Potevi fare il bagno al Po, ma in fabbrica ti rubavano l'anima, ti contavano il respiro e il sudore. Mi guardavo attorno, e vedevo la sofferenza degli operai. Torino non era più la gozzaniana «piccola Parigi», la città dalle «dritte vie corrusche di rotaie», ma una città che guardava scorrere la vita dallo spioncino della porta. Oggi, per fortuna, le cose sono cambiate. Torino è multirazziale, Torino ha tolto le catene, ha spalancato le fineste sull'universo. Ma quanta fatica, quanti dolori! Il mio maestro di letteratura e di vita, Giovanni Arpino (rileggete, per favore, rileggete «La suora giovane», uno dei più bei romanzi del nostro Novecento), mi disse, in tempi non sospetti: «Torino ha la sua salvezza nell'essere una città operaia».

Il mio impatto con la politica fu terribile, violento. Primo anno di liceo, via Juvarra. Primo sbadiglio dell'autunno. Primo giorno di scuola. Mancavano pochi minuti all'inizio delle lezioni. Quando arrivò quell'urlo, lacerante: «Arrivano i fascisti, arrivano i fascisti!». Ricordo quel colosso, con lo scalpello in mano, la faccia dura, crudele. Il colpo sulla testa di un compagno dell'ultimo anno. La testa che zampillava sangue. Io lì, con i miei quattordici anni. Con il mio orrore. Decisi subito da che parte stare. Dalla parte di chi subisce colpi alla testa, viene aggredito, ferito. Il giorno dopo, c'erano soltanto bandiere rosse. Il terzo giorno, il liceo venne occupato. Assemblea, sciopero, corteo interno. Cominciai a leggere testi sul comunismo. Le lettere di Gramsci. Il "manifesto" di Marx ed Engels. La storia del Pci. Continuavo, nel contempo, a disprezzare il socialismo reale, quei carrarmati a Praga, le fiamme che spensero l'urlo di Jan Palach. Il mio comunismo era il comunismo di Che Guevara, un comunismo nobile, rivoluzionario, che non sapeva perdere la tenerezza. La mia era, comunque, nell'ideale, una rivoluzione senza le armi. La rivoluzione del dialogo. Oggi, nella rinnovata consapevolezza, mi riconosco in Bertinotti, il mio Virgilio, e nel presidente brasiliano Lula. Già, che bella la vicenda umana e politica di questo operaio pernambucano!

Mi dicono: non ti vergogni ad essere comunista? Rispondo, con un sorriso, «no, non mi vergogno». Proprio per quella mia idea di comunismo: l'utopia da realizzare, una società senza più poveri, senza più sfruttati, senza più bambini in mezzo alla strada. Una rifondazione del comunismo. Che deve prendere le distanze, una volta per sempre, senza se e senza ma, dagli errori che, nel nome di un ideale giusto, sono stati compiuti in passato.

Faccio parte della Sinistra Europea perché i progetti sono chiari, rivolti agli "altri". Perché non dobbiamo smettere di guardarci attorno. Di seguire gli aquiloni.

Ho fatto per tanti anni l'inviato speciale. Per un quotidiano sportivo. Giravo il mondo dietro a un pallone. Ma non mi bastavano alberghi e stadi. Consumavo le scarpe, andando in giro per piazze, strade, anfratti. E ho incontrato, abbracciato tante, troppe solitudini. Ho raccolto parole disperate, lacrime di un passato sempre presente. I giorni a Santiago del Cile, ad esempio: il racconto dei testimoni, dei sopravvissuti di quell'11 settembre 1973, quando un massacratore di generazioni di nome Augusto Pinochet spezzò, con la violenza e la morte, i fiori di Unidad Popular, di Salvador Allende, di un socialismo dal volto decisamente umano. Poi, le madri di Plaza de Mayo. Quelle madri che non smetteranno mai di camminare. Di denunciare, di attendere. A ogni loro passo, ritorna una ferita. Un ragazzo lanciato vivo da un elicottero nell'oceano, una ragazza violentata, fatta partorire, il figlio venduto, infine uccisa. A ogni loro passo, ritornano quelle notti nere. I mitra, le case violate, la gente fatta sparire. 1978, il mundial della vergogna. Ha scritto Eduardo Galeano: «Al suono di una marcia militare, il generale Videla decorò Havelange durante la cerimonia di inaugurazione nello stadio Monumental di Buenos Aires. A pochi passi da lì era in pieno funzionamento la Auschwitz argentina, il centro di tortura e di sterminio della Scuola di Meccanica dell'Esercito. «Finalmente il mondo può vedere l'immagine vera dell'Argentina», annunciò il presidente della Fifa davanti alle telecamere delle televisioni. Henry Kissinger, ospite d'onore, annunciò: «Questo paese ha un grande futuro, a tutti i livelli». E il capitano della squadra tedesca Berti Vogts, che diede il calcio d'inizio, dichiarò qualche giorno più tardi: «L'Argentina è un paese nel quale regna l'ordine. Io non ho visto nessun prigioniero politico». E questa colonna infame potrebbe continuare all'infinito.

Il Partito della Sinistra Europea è la mia casa. Una casa senza porte e senza finestre, una casa aperta a chi crede nei sogni, a chi sa guardarsi attorno. Una casa di bella gente e di belle letture, di belle energie e di belle idee. Una casa che porta a tante altre case. Case di suoni, di colori, dove tutti si abbracciano e sono felici.

Darwin Pastorin - 08-05-05 - da Liberazione

Pubblicato il 21/7/2005 alle 13.44 nella rubrica Repertorio.

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