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Terrorismo, meno leggi speciali più democrazia - byGiuliano Pisapia - Liberazione

Come non inorridire di fronte all’ennesimo atto terroristico che ha fatto strage di tanti innocenti? Come non confrontarsi con chiunque creda nelle regole democratiche, nella ricerca degli strumenti - legislativi, investigativi, organizzativi - necessari per impedire che fatti analoghi si ripetano? Queste sono solo alcune delle domande che rimbalzano in questi giorni nelle menti di tutti noi: domande alle quali dobbiamo essere capaci di dare risposte non emotive ma neppure ideologiche; che sappiano essere implacabili nella lotta al terrorismo e inflessibili nel combattere le cause che alimentano il terrorismo; che tengano conto della realtà e della drammaticità del momento ma anche del totale fallimento delle leggi speciali introdotte, dopo l’11 settembre, sia in Italia che all’estero.
Ebbene, basta leggere le varie proposte provenienti in questi giorni dal governo, e dalla sua maggioranza, per comprendere che, ancora una volta, si cerca di utilizzare la doverosa lotta al terrorismo per tentare di restringere ulteriormente gli spazi di libertà e le garanzie costituzionali la cui finalità è quella di tutelare le minoranze e, quanto meno, limitare la repressione del movimento antagonista e dell’opposizione sociale.
Non a caso, dopo le dichiarazioni, spesso schizofreniche e talvolta deliranti, di alcuni ministri, sembra che le proposte del governo, che il ministro del’Interno dovrebbe illustrare oggi in Parlamento, consisterebbero: nella possibilità di intercettazioni preventive nei confronti di chiunque sia solo sospettato (non si comprende sulla base di quali elementi) di collegamenti con associazioni terroristiche; nel fermo di polizia per 24 ore, senza alcun controllo giurisdizionale o possibilità di assistenza legale; nelle espulsioni immediate per motivi di ordine pubblico nei confronti degli extracomunitari, anche regolari; nella possibilità di colloqui investigativi senza l’autorizzazione del giudice e, infine, in sconti di pena, od altre misure premiali (es. permessi di soggiorno), per chi fornisce informazioni ritenute dagli inquirenti utili alle indagini.
Se si considera che la gran parte di queste norme già da tempo fanno parte del nostro ordinamento, diventa fin troppo facile ricordare come, praticamente isolati in Parlamento, ricordavamo come mai il restringimento e la limitazione delle garanzie si siano mostrati efficaci per combattere la criminalità terroristica.
Il fermo di polizia, infatti, era già stato introdotto nel 1978; le intercettazioni preventive per “acquisire elementi di prova in ordine ai reati di terrorismo”, sono state rese legittime con un decreto legge fin dal 2001. Lo stesso provvedimento, dal significativo titolo “disposizioni urgenti per contrastare il terrorismo internazionale”, ha reso possibili le operazioni sotto copertura, anche con l’uso di (non meglio specificati) “ausiliari” ai quali è garantita la non punibilità in caso di condotte illecite (già allora, forse, qualcuno pensava ai sequestri illegali da parte degli Usa?). Le espulsioni di extracomunitari per motivi di ordine pubblico, da parte del ministro degli Interni, sono previste nella legge sull’immigrazione e i colloqui investigativi sono prassi quotidiana.
Certo, una novità esiste: la possibilità di ottenere il permesso di soggiorno, o avere altri vantaggi di carattere penale, per chi fornisce informazioni su persone asseritamente coinvolte in associazioni terroristiche. Se si considera, però, che tutto ciò avverrebbe senza alcun controllo da parte di un giudice autonomo e indipendente, sono facilmente intuibili i rischi di abusi, di indicazioni false, di vendette personali e, quindi, di errori giudiziari.
Del resto come è possibile ignorare, a dimostrazione dell’inefficacia di simili misure, che proprio in Gran Bretagna, dilaniata nei giorni scorsi dalla lucida follia terroristica, è da tempo in vigore una legge (*prevention of terrorism act*) per cui la polizia, in presenza di un “ragionevole sospetto”, può arrestare chiunque sia sospettato di terrorismo e trattenerlo per un periodo di tempo indeterminato? E che dire degli Stati Uniti dove, come ha denunciato Amnesty International, dopo l’11 settembre, sono state arrestate, sulla base di meri sospetti, oltre 90.000 persone risultate del tutto estranee a gruppi terroristici? E, per ritornare al nostro Paese, non si può dimenticare che il fermo di polizia, con i conseguenti abusi dolosi o colposi, non ha portato all’arresto di un solo terrorista.
Potrei proseguire, ma credo che sia difficilmente contestabile il fatto che a nulla serve, ed anzi finisce con l’essere controproducente, nella lotta al terrorismo, lo scardinamento delle regole democratiche o anche solo la limitazione, che da temporanea diventa nel nostro Paese sempre definitiva, dei diritti e delle garanzie. Non è restringendo gli spazi di libertà, faticosamente conquistati, che si isolano i criminali e i loro fiancheggiatori. Altro sono le iniziative che si dovrebbero prendere.
Quelle tese, ad esempio, a un maggiore controllo del territorio, in un rapporto di collaborazione con i cittadini e, in particolare, con le comunità straniere, utilizzando anche i numerosi (oltre 5.000) appartenenti alle forze dell’ordine che oggi sono costretti ad occuparsi di pratiche burocratiche o di notifiche giudiziarie. Non è più procrastinabile, inoltre, l’unificazione (o quantomeno un reale coordinamento) delle diverse forze dell’ordine che oggi, troppo spesso, indagano sugli stessi fatti e finiscono con l’intralciarsi a vicenda. E’ sempre più urgente quella modifica dei servizi segreti, di cui si parla ormai da troppo tempo: l’attività di intelligence è fondamentale per la prevenzione degli attentati terroristici, ma è necessario che siano anche rafforzati i controlli democratici per evitare quelle deviazioni che in passato hanno contribuito all’impunità degli autori delle stragi che hanno insanguinato le nostre città. E, infine, un rafforzamento del coordinamento delle indagini giudiziarie sulle associazioni terroristiche, oggi lasciato alla capacità e alla professionalità di singoli magistrati, ma che sarebbe utile affidare a un autonomo organismo, quale la Procura Nazionale Antiterrorismo.
Da parte nostra siamo pronti a confrontarci con qualsiasi proposta, purché seria e non demagogica, ma non possiamo neppure ipotizzare il benché minimo cedimento sulle garanzie e sui diritti individuali. Chiunque creda nello stato di diritto, e proprio per questo è un nemico irriducibile del terrorismo, non può farsi travolgere dall’idea che si possa sconfiggere il terrorismo senza eliminarne le cause, ma trasformando i “diversi” in “sospetti” e questi in colpevoli anticipati, creando così un clima di angoscia e di paura che è uno degli obiettivi di quel terrorismo che si vuole combattere.

Giuliano Pisapia - da Liberazione - 12-07-05

Pubblicato il 17/7/2005 alle 0.46 nella rubrica Diario.

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