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"Aspettatevi delle mie decisioni forti, questa cosa avrà delle conseguenze", aveva minacciato al telefono a la Russa e Matteoli un Fini che gli intimi descrivevano come "nero, inferocito" e deciso ad azzerare tutti gli incarichi: "Comunque martedì ci sarà l'ufficio di presidenza e saranno c.... vostri. Saprete allora le mie decisioni".

I tre non provano neanche a smentire, anzi, fanno subito un pubblico "mea culpa" con una lettera di scuse, "Caro Gianfranco - iniziava la missiva - inutile dirti quanto ci dispiaccia". La Russa fa di più, richiama Fini, prova a spiegare che il senso delle sue parole era diverso, che la sua preoccupazione era per "l'amico" che vedeva "affaticato". Tutto inutile. "Fini era uscito dall'Assemblea nazionale come un "primus inter pares" - commentava un esponente di Destra protagonista, la corrente di La Russa e Gasparri - ora si servirà di -questo pretesto per passarci sopra con i cingoli".

la Repubblica.it - 18-07-05




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18 luglio 2005

Via dall'Iraq, lo dicono anche gli "elettori" riformisti, dopo sondaggio dell'Unità

E l'Unità, lo storico foglio prima del PCI e poi dei (P)DS, ci mostra con piacere che ben fecero i partiti di sinistra "radicale" a votare contro ogni missione di "pace" all'estero, quando queste questione furono messe ai voti in Parlamento. Piero Fassino, recentemente, viste certe dichiarazione del leader di Rifondazione Comunista Bertinotti, s'era mostrato seccato. La bandiera del pacifismo e della non violenza, evidentemente non piace ai presunti "eredi" del Partito Comunista, ai diessini appunto. Ma come, l'Unità (il giornale dei DS) pone come punto cruciale il diritto dei gay e il pacifismo, e ogni tanto D'Alema dice che in fondo non è male l'idea dell'esportazione della democrazia con la forza. D'Alema non è mai piaciuto alla sinistra radicale. Per certe scelte durante il suo governo, di cui il PRC era opposizione, e per altre posizioni non proprio "di sinistra", come ad esempio i suoi "dubbi sulla fecondazione eterologa". Bene fece Nanni Moretti a chiedere di dire seriamente "una cosa di sinistra!" agli alti uffici della sinistra "riformista". Ma quest'anno, dopo qualche tregua vista anche nei comizi elettorale di Massimo, si scatena Piero, che difende a spada tratta le scelte fatte dal "suo" (?) partito, come appunto quelle di certe missioni militari di pace all'estero, alle quali Bertinotti e la sinistra radicale oggi s'oppongono. E cosa ti combina l'Unità, ripeto il giornale dei Democratici di Sinistra? Fa un sondaggio (clicca qui) e chiede È giusto votare no a tutte le missioni militari italiane (Iraq escluso)? Ovviamente, un modo lecito per interrogare i tuoi lettori su questa questione. Il che, ovviamente, ci può stare benissimo. (la maggior parte dei lettori dell'Unità sono iscritti o simpatizzanti DS, anche se ammetto che certe volte anch'io compro il giornale di Padellaro che fu di Gramsci). L'opzione, diremo, bertinottiana o antifassiniana riceve, a sorpresa, il 49,1 % dei voti. Al contrario, la teoria che più ha difeso il segretario della Quercia, prende 31 su cento voti. Cosa vorrà mai dire un sondaggio, mi sarà detto. 
In un periodo in cui si fatica a trovare unità nella coalizione, il quesito posto proprio dall'Unità (scusate il gioco di parole) alimenta la speranza che, finalmente, il popolo della sinistra riformista e laica (quindi il popolo dell'ex PDS) si sposti più verso sinistra. E fino ad oggi Bertinotti e Diliberto (i due segretari comunisti) erano stati perennemente considerati la "palla al piede" della politica estera per l'Unione prodiana. Piero, interrogati su questo sondaggio al quale, soprattutto, i tuoi "elettori e lettori" hanno risposto non solo in maniera Bertinottiana, ma in maniera pacifista, veramente "di sinistra". Perchè, per chi non lo sapesse, l'opzione del sondaggio alla quale i lettori hanno dato quasi il 50% dei voti è questa: "sì, tutti i soldati devono tornare". E' questo che ti chiede il popolo della sinistra, quello del vecchio PCI, quello che adora ancora oggi Enrico Berlinguer.




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17 luglio 2005

Terrorismo, meno leggi speciali più democrazia - byGiuliano Pisapia - Liberazione

Come non inorridire di fronte all’ennesimo atto terroristico che ha fatto strage di tanti innocenti? Come non confrontarsi con chiunque creda nelle regole democratiche, nella ricerca degli strumenti - legislativi, investigativi, organizzativi - necessari per impedire che fatti analoghi si ripetano? Queste sono solo alcune delle domande che rimbalzano in questi giorni nelle menti di tutti noi: domande alle quali dobbiamo essere capaci di dare risposte non emotive ma neppure ideologiche; che sappiano essere implacabili nella lotta al terrorismo e inflessibili nel combattere le cause che alimentano il terrorismo; che tengano conto della realtà e della drammaticità del momento ma anche del totale fallimento delle leggi speciali introdotte, dopo l’11 settembre, sia in Italia che all’estero.
Ebbene, basta leggere le varie proposte provenienti in questi giorni dal governo, e dalla sua maggioranza, per comprendere che, ancora una volta, si cerca di utilizzare la doverosa lotta al terrorismo per tentare di restringere ulteriormente gli spazi di libertà e le garanzie costituzionali la cui finalità è quella di tutelare le minoranze e, quanto meno, limitare la repressione del movimento antagonista e dell’opposizione sociale.
Non a caso, dopo le dichiarazioni, spesso schizofreniche e talvolta deliranti, di alcuni ministri, sembra che le proposte del governo, che il ministro del’Interno dovrebbe illustrare oggi in Parlamento, consisterebbero: nella possibilità di intercettazioni preventive nei confronti di chiunque sia solo sospettato (non si comprende sulla base di quali elementi) di collegamenti con associazioni terroristiche; nel fermo di polizia per 24 ore, senza alcun controllo giurisdizionale o possibilità di assistenza legale; nelle espulsioni immediate per motivi di ordine pubblico nei confronti degli extracomunitari, anche regolari; nella possibilità di colloqui investigativi senza l’autorizzazione del giudice e, infine, in sconti di pena, od altre misure premiali (es. permessi di soggiorno), per chi fornisce informazioni ritenute dagli inquirenti utili alle indagini.
Se si considera che la gran parte di queste norme già da tempo fanno parte del nostro ordinamento, diventa fin troppo facile ricordare come, praticamente isolati in Parlamento, ricordavamo come mai il restringimento e la limitazione delle garanzie si siano mostrati efficaci per combattere la criminalità terroristica.
Il fermo di polizia, infatti, era già stato introdotto nel 1978; le intercettazioni preventive per “acquisire elementi di prova in ordine ai reati di terrorismo”, sono state rese legittime con un decreto legge fin dal 2001. Lo stesso provvedimento, dal significativo titolo “disposizioni urgenti per contrastare il terrorismo internazionale”, ha reso possibili le operazioni sotto copertura, anche con l’uso di (non meglio specificati) “ausiliari” ai quali è garantita la non punibilità in caso di condotte illecite (già allora, forse, qualcuno pensava ai sequestri illegali da parte degli Usa?). Le espulsioni di extracomunitari per motivi di ordine pubblico, da parte del ministro degli Interni, sono previste nella legge sull’immigrazione e i colloqui investigativi sono prassi quotidiana.
Certo, una novità esiste: la possibilità di ottenere il permesso di soggiorno, o avere altri vantaggi di carattere penale, per chi fornisce informazioni su persone asseritamente coinvolte in associazioni terroristiche. Se si considera, però, che tutto ciò avverrebbe senza alcun controllo da parte di un giudice autonomo e indipendente, sono facilmente intuibili i rischi di abusi, di indicazioni false, di vendette personali e, quindi, di errori giudiziari.
Del resto come è possibile ignorare, a dimostrazione dell’inefficacia di simili misure, che proprio in Gran Bretagna, dilaniata nei giorni scorsi dalla lucida follia terroristica, è da tempo in vigore una legge (*prevention of terrorism act*) per cui la polizia, in presenza di un “ragionevole sospetto”, può arrestare chiunque sia sospettato di terrorismo e trattenerlo per un periodo di tempo indeterminato? E che dire degli Stati Uniti dove, come ha denunciato Amnesty International, dopo l’11 settembre, sono state arrestate, sulla base di meri sospetti, oltre 90.000 persone risultate del tutto estranee a gruppi terroristici? E, per ritornare al nostro Paese, non si può dimenticare che il fermo di polizia, con i conseguenti abusi dolosi o colposi, non ha portato all’arresto di un solo terrorista.
Potrei proseguire, ma credo che sia difficilmente contestabile il fatto che a nulla serve, ed anzi finisce con l’essere controproducente, nella lotta al terrorismo, lo scardinamento delle regole democratiche o anche solo la limitazione, che da temporanea diventa nel nostro Paese sempre definitiva, dei diritti e delle garanzie. Non è restringendo gli spazi di libertà, faticosamente conquistati, che si isolano i criminali e i loro fiancheggiatori. Altro sono le iniziative che si dovrebbero prendere.
Quelle tese, ad esempio, a un maggiore controllo del territorio, in un rapporto di collaborazione con i cittadini e, in particolare, con le comunità straniere, utilizzando anche i numerosi (oltre 5.000) appartenenti alle forze dell’ordine che oggi sono costretti ad occuparsi di pratiche burocratiche o di notifiche giudiziarie. Non è più procrastinabile, inoltre, l’unificazione (o quantomeno un reale coordinamento) delle diverse forze dell’ordine che oggi, troppo spesso, indagano sugli stessi fatti e finiscono con l’intralciarsi a vicenda. E’ sempre più urgente quella modifica dei servizi segreti, di cui si parla ormai da troppo tempo: l’attività di intelligence è fondamentale per la prevenzione degli attentati terroristici, ma è necessario che siano anche rafforzati i controlli democratici per evitare quelle deviazioni che in passato hanno contribuito all’impunità degli autori delle stragi che hanno insanguinato le nostre città. E, infine, un rafforzamento del coordinamento delle indagini giudiziarie sulle associazioni terroristiche, oggi lasciato alla capacità e alla professionalità di singoli magistrati, ma che sarebbe utile affidare a un autonomo organismo, quale la Procura Nazionale Antiterrorismo.
Da parte nostra siamo pronti a confrontarci con qualsiasi proposta, purché seria e non demagogica, ma non possiamo neppure ipotizzare il benché minimo cedimento sulle garanzie e sui diritti individuali. Chiunque creda nello stato di diritto, e proprio per questo è un nemico irriducibile del terrorismo, non può farsi travolgere dall’idea che si possa sconfiggere il terrorismo senza eliminarne le cause, ma trasformando i “diversi” in “sospetti” e questi in colpevoli anticipati, creando così un clima di angoscia e di paura che è uno degli obiettivi di quel terrorismo che si vuole combattere.

Giuliano Pisapia - da Liberazione - 12-07-05




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16 luglio 2005

"Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so"

 “Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: «mamma deceduta. Funerali domani. Distinti saluti».

Inizia così un libro che, dopo averlo letto varie volte, mi sembra sempre più profondo. Una mia insegnante di liceo, qualche anno fa, ci portò a teatro ad assistere proprio alla messa in scena di una sceneggiatura basata su questa splendida opera. Non avevo ancora letto il libro. E m’è parso subito strepitoso. Qualche colpo di scena che mancava, al momento giusto, qua e là. Mi procurai subito il libro, nascosto fra la pila di classici che vorrei leggere ma che finisco sempre per scartare, e lo inizia. Attratto forse dalla sua mole ridotta che dal fascino degli autori francesi. E non ho potuto più smettere di leggerlo. Lo sfogliavo un po’ all’ora di matematica e all’ora di filosofia, quando la situazione lo permetteva. Speravo che i viaggi in treno durassero più del solito, per arrivare a fine capitolo. Odio interrompere i capitoli. E dopo pochi giorni, contando che stavo andando a scuola, ne ho bevuto l’ultimo sorso. In una paranoia che solo un gran libro ti sa dare. L’opera teatrale, dai buoni attori, mi aveva accattivato non poco. Il libro mi ha conquistato. Tanto che l’ho inserito, come direbbe Franco Casalini, nel “mio harem”. In cui tengo solo i volumi preferito. Giusto un paio di Montanelli e due Brizzi. Ma Camus, che riesce a far vivere in un unico viaggio su carta stampata tutta l’epopea di dubbi e perplessità e anche (perché no?) bassezze di un uomo che, dall’amore non amore per Maria al falso affetto per l’amico che poi lo rovinerà, prova le emozioni che in tanti provano e in pochi raccontano. O manca loro la possibilità. O il coraggio.

Ricorda, per certi versi, le Lettere dal Carcere gramsciane, anche se il personaggio non è affatto prodigo di raccomandazioni e consigli per il prossimo. Anzi, se ne strafrega del prossimo. E credo che sia la più realistica messa a nudo dell’uomo al momento della crisi che si ricordi.

“Perché tutto sia consumato, perché io sia meno solo, mi resta da augurarmi che ci siano molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che mi accolgano con grida di odio”.

L’uomo che pensa. L’uomo che passa le giornate a fissare le pareti. A desiderare il sole. A desiderare, un giorno, anche l’esecuzione della condanna a morte.

 

Albert Camus

“Lo Straniero”

L’ étranger

Bompiani – I grandi tascabili

€ 7,00




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16 luglio 2005

Ciao ciao Enrico eri un uomo vero - by Giorgio Bocca - la Repubblica

Una brutta notizia, un dolore vero. Mi dispiace, per lui e per noi, povero Berlinguer. Forse quel che mi è sempre piaciuto di lui è la sua negazione, nell'immagine e nello stile, del sovietismo più tetro. C'è una stupenda fotografia di lui a Mosca, nel '76, fra Breznev e Suslov: i due sovietici in abiti scuri, il petto coperto da medaglie, i sorrisi ottusi, enigmatici, le facce smorte del potere mummificato e lui in mezzo, in abito grigio, la cravatta male annodata, i capelli ispidi come li disegna Forattini, le spallucce gracili, un passerotto capitato fra due mastini. Sì, è stato un gran conforto negli anni passati vedere alla testa del partito comunista uno come lui, non collocabile in una fotografia di gruppo del politburo e neppure nella Nomenklatura. O forse mi è sempre piaciuto in lui ciò che lo rendeva incomprensibile o anacronistico o magari ridicolo alla nostra politica contemporanea e, in parte, ai suoi stessi compagni, la moralità.
Credo di essere fra i non molti intellettuali di questo paese che hanno vissuto gli anni del compromesso storico e della infatuazione eurocomunista come una penosa ambiguità, come una rinuncia delle culture diverse e delle classi ad assumere in modo chiaro le proprie responsabilità. Mi disturbava lo spettacolo di una borghesia trasformista passata nel giro di pochi anni dall'anticomunismo più acritico al filocomunismodi moda; ma neppure in quegli anni la moralità di Berlinguer mi è parsa artefatta o propagandistica, anche in quegli anni mi è parso di riconoscere in lui questa convinzione profonda: una politica senza etica è ben misera cosa; il progresso economico non è tutto, anzi è poca cosa se non crea dei cittadini e una civile res pubblica.
Niente di nuovo, si intende, cose già pensate e dette da Cavour o da Massimo d'Azeglio: l'Italia è fatta, restano da fare gli italiani. Ma un antico in cui riconoscevo le grandi speranze risorgimentali, resistenziali e costituzionali, della costituzione, come diceva Calamandrei, in cui si riassumeva il meglio della nazione.
Un giorno andai a un suo comizio in piazza San Giovanni e ne scrissi una cronaca che sbalordì amici e nemici: ma come, un anticomunista di ferro che d'improvviso alzava un inno al segretario del partito comunista? Proprio così, salvo l'equivoco. L'inno c'era, ma era per tutto ciò che in lui era fuori dal cliché comunistico, della routine politica e partitica, dalla volgarità populistica.
Era, se volete, un inno elitario, azionista, aristocratico, ma veramente "dal sen sfuggito", sincero: ritrovare un uomo, un concittadino padrone dei suoi gesti schivi, del suo accento scabroso e pur melodico; uno che visibilmente penava nell'offrirsi alla moltitudine imbandierata e caciaresca, che visibilmente sentiva fastidio per il notabilato compagnardo gioiosamente, solennemente stipato sul palco, Lama con la pipa e Pecchioli con il cilicio, Vetere pronto al taglio dei nastri e Tatò balia asciutta con contorno di gorilla e di tecnici del suono; ritrovare un italiano duro di quelli che in qualche modo sentono il bisogno di antitalianità che ha il paese furbesco e servile, che sanno ancora pronunciare parole come onestà, lavoro, merito, moralità senza che si pensi immediatamente a una predica o a una sceneggiata, a una farsa o a un melodramma.
Il suo fascino era la diversità: non quella tanto inseguita e mitizzata dal comunismo che rigenera il mondo, ma la più reale e radicata del vir probus, del signore vero, del non plebeo. Sì, mi piaceva vederlo nelle tribune politiche e nelle conferenze stampa protetto dalla volgarità come da uno scudo invisibile e impenetrabile; uno scudo di ritrosia e di gelo su cui le parole melense o indecenti, stupide, o perfide si frantumavano.
Fra gli amici di infanzia di Enrico Berlinguer c'è un Pietro Sanna di Sassari che ricorda: "Noi i Berlinguer li chiamavano Piringhieri, perché per noi gente del popolo un nome difficile come il loro era difficile da pronunciare.
Giovanni molto aperto e spensierato giocava a boccette, a carambola e qualche volta a carte, Enrico invece preferiva leggere". Letture faticose, un inoltrarsi tenace e sofferente per la mistica gramsciana, per il moderno Principe e poi anche gli scritti ideologici, noiosissimi. Ma da un politico e segretario del partito comunista non ci si aspetta letteratura brillante. Del resto, il suo prestigio non è mai stato affidato alle opere ma al modo di essere uomo. Un modo ammirevole.


Giorgio Bocca - da "la Repubblica - 09-06-84




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16 luglio 2005

Florence e gli altri - by Giuliana Sgrena - Il Manifesto

«Non andate in Iraq», ha detto Chirac ai giornalisti francesi. Gli ha fatto eco Fini da Roma. Le varie ambasciate, sotto pressione Usa, avevano già intimato ai giornalisti presenti a Baghdad prima dell'inizio dei bombardamenti, il 20 marzo 2003, di abbandonare il campo. L'intimazione non ha però avuto successo e la guerra è stata rappresentata, bene o male, sia da chi doveva subire il controllo del ministero dell'informazione iracheno che da chi, «embedded», era censurato dal Pentagono. L'ulteriore deterioramento della situazione irachena ha reso ancora più difficile fare informazione. I giornalisti sono ostaggio di tutti gli effetti perversi provocati dall'occupazione militare e dalla privatizzazione della guerra. L'ostilità degli iracheni verso l'occupazione si è ampliata fino a coinvolgere tutti gli stranieri: contractor, giornalisti o lavoratori umanitari. Non basta più essere francesi - per la posizione della Francia verso la guerra e l'occupazione - per avere un trattamento diverso. Del resto, quando si spaccia un intervento militare per «missione di pace» (come ha fatto il governo italiano), non si può pretendere che dall'altra parte si facciano distinzioni sottili. E purtroppo in questa spirale perversa Enzo Baldoni ha pagato di persona.

Ora anche l'esercito italiano ha «aperto» a corsi per i nostri aspiranti «embedded». Peggio: è arrivata alla camera, ed è già passata al senato, la revisione del codice penale militare che prevede l'applicazione della legge marziale nello «stato di pace» anche ai civili, giornalisti compresi, per «illecita raccolta, pubblicazione e diffusione di notizie militari». Naturalmente il riferimento immediato è alla «missione di pace» a Nassiriya.

L'informazione si è dunque militarizzata: a volte, come è successo a Falluja, è impossibile seguire quel che accade senza essere al seguito di un esercito. Ma la prospettiva resta esclusivamente militare, anche se qualche volta sfuggono immagini scioccanti come quella del marine che spara sul ferito disarmato dentro la moschea di Falluja.

Ribellarsi a questi schemi è rischioso, ma è un rischio che bisogna correre per fare informazione, per fare conoscere una realtà che altrimenti finirebbe solo nei bollettini di guerra o nei pamphlet di propaganda. Sempre di guerra.

Florance Aubenas ha sempre corso il rischio di informare: in Ruanda, Kosovo, Algeria, Afghanistan e Iraq. Anche per questo ci sentiamo al suo fianco.

Giuliana Sgrena - Dal Manifesto del 14-01-05




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16 luglio 2005

Angels and Demons - Dan Brown - Cronaca di un libro senza soste

Premetto che prendendo per vere tutte le affermazioni e indagini storiche di Dan Brown, si rimane più presi in giro che istruiti. Ma se sono prese per quello che sono, il libro ti travolge tanto che, se fumi e vuoi stare bene con te stesso, solo una sigaretta fra un capitolo e l’altro ti farà di nuovo pensare al mondo normale. Che ti circonda.

A parte paroloni e frasi da cowboy (a volte mi vengono), questo libro è davvero grande. Quasi seicento pagine per un’avventura, a mio modesto parere, superiore anche al codice. Robert Langdon (il protagonista) riesce a risolvere gli enigmi che dal delle strane persone in degli strani (o inconsueti) posti gli vengono posti. Certe volte lo fa in ritardo. E la trama lo travolge.

Riuscitissimo thriller che fa tornare in voga, anche e soprattutto grazie all’ambiguo ma carismatico successo del Coaice da Vinci, il genere dei libri leggeri e ma non frivoli. Viva la narrativa. Viva questa narrativa. Anche, stavolta è il caso di dirlo, migliore delle ormai nauseanti spy-stories di hollywoodiana matrice.

Consiglio la versione in inglese del libro, ancora più coinvolgente della nostra. Non c’è bisogno di conoscere la lingue di Sua Maestà come dei demoni, anche perché lo scritto inglese è molto meno pastoso ed elaborato del nostro.

 

Dan Brown

“Angeli e Demoni” 

Angels and Demons

Mondatori – I miti

€ 5,00 (fino ad esaurimento scorte)




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16 luglio 2005

Se il marketing cattolico fa milioni

Apprendiamo subito, appena scorriamo le news a prima vista dei portali di informazione telematica, che il Papa prosegue la sua vacanza in montagna. In attesa che i telegiornali ne parlino con assoluta e perfetta devozione, apprendiamo anche che l'annullo postale che celebra le sue prime vacanze valdostane sta andando a ruba. E lo stesso ricordo, se mai vi interresasse, è acquistabile presso il municipio di Introd. Ma mi domando, ci si rende conto che questo è un commercio più che capitalista? Che ci sono grandi e piccole aziende che ci speculano? Che c'è soprattutto una quasi consuetudine, da parte dei più e della massa non-laica, ad acquistare ogni tipo di oggetto, manco fosse un culto pagano in cui la materialità era più che centrale come tema. Passino anche i ritagli di giornale per la morte del suo predecessore, ma i suoi annulli postali. Proprio di recente ho anche avuto modo di notare delle borracce degne di nota: la forma era quelle di una statuina della Madonna, cupole di vetro con l'ometto-papale innevato. Se il consumismo cattolico fa così tanti soldi, la fede dev'essere solamente due cose, oggi: o superstizione, o fortuna (quando si tratta di vera e forte fede) o rarità.




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16 luglio 2005

Come possiamo farci governare da costui, Italia svegliati

A margine di un incontro con i giornalisti prima di lasciare Roma, il nostro/vostro Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha parlato di tutte quante (o almeno quelle che i media ci mostrano) le questione che vengono tirate in ballo, da più parti e fronti, negli ultimi tempi. Egli ha rassicurato la popolazione che l'Italia non è in pericolo, almeno per adesso, e che comunque la sicurezza non è mai, che tu sia o meno in una certa situazione, del 100%. Mentre Tony Blair, su Sky, riferiva con il Partito Laburista e il popolo inglese e il mondo, sulla situazione di crisi ed emergenza, il signor Berlusconi puntava invece anche e soprattutto sugli argomenti meno gettonati all'estero ma (a lui) più comodi in Italia: par condicio in primis.
Nonostante il fatto che la RAI sia in crisi anche a causa della faziosità e dello share piuttosto scadente dei programmi politici della prima/seconda rete, vuole insistere. Lo vuole fare "prima delle elezioni politiche". Chissà perchè, poi. Forse ce lo spiegherà qualche documento che i nostri figli troveranno nei (speriamo) ormai in disuso uffici di Forza Italia, fra cinquantanni. Oppure, con un semplice ragionamento, ci si arriva. Il popolo deve pensarci. Avrà capito infatti che questo "prima delle politiche" vuole garantire all'uomo di Arcore, all'unto dal Signore, che esiste il serio pericolo di perdere le elezioni e quindi il megafono e gli altoparlandi delle nostre televisioni in chiaro. E allora? "Questa 'impar condicio' spero diventi la possibilità di comunicare ai cittadini - ha aggiunto - i programmi elettorali secondo le proprie disponibilità che sono quelle messe a disposizione sulla base del numero di voti ottenuti" (ANSA). Come far crollare il sistema della Seconda Repubblica, che al sottoscritto poco piace ma che ha meno difetti della prima. Lui ci vuole/deve (per sè) riuscire. E per farlo vuole togliere ai piccoli partiti il diritto di parlare. "Siamo in una situazione non solo di recupero, ma che ci dà la certezza di una vittoria finale" alle elezioni del 2006. Lo ha affermato Silvio Berlusconi citando alcuni sondaggi che " ci danno in parità o, nel peggiore dei casi, due o tre punti al massimo sotto il centrosinistra".Ne ha per tutti. "Di ciò dobbiamo ringraziare l'opposizione - non si calma -  e le sue divisioni". E vissero tutti felici e contenti.
Come faccia ad essere così sicuro della vittoria lo sa solo lui. Forse non si ricorda che il paese è a secco anche se i genitori dei compagni dei figli hanno auto di lusso e che alle regionali solo pochi mesi fa il centrodestra lo ha strapazzato 12 dico 12 regioni a 2, con tanto di vittoria guidata dal comunista Vendola nella Puglia del ragazzo prodigio Fitto. E forse la sua mente non collega ancora alle divisioni che la Lega e quella parte un 10% razionale della Cdl stanno mettendo in evidenza. Non passa giorno in cui lui non debba condannare i gesti squadristi dei Lumbard e che la coalizione si divida fra pro/contro Euro, pro/contro abolizione della libera circolazione in Europa, e mi fermo per non dover finire domenica notte. E con questo, dovrà anche spiegare se è furbo da parte sua dare i meriti di una (presunta) risalita dei moderati (AN?Lega?FI?) alla non concretezza degli avversari. Ah caro Silvio, a parte il doppiopetto la stoffa del politico non ti sta affatto bene.




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16 luglio 2005

La fine di un sogno chiamato Scavolini

La fine di un sogno chiamato Scavolini

Può sembrare irreale agli occhi di chi non ha mai amato il basket, ma per chi lo ama o ci vive, fare il tifo per una squadra di serie A è normale, quasi naturale. Tutti i giocatori di basket, dilettanti, si divertono ad andare a vedere le squadre locali, nei campionati interregionali, ma poi spesso la sera solo lì, davanti alla televisione, per seguire la propria squadra del cuore. Quanto è poco importante, agli occhi della gente comune, la pallacanestro. Quanto poco è stata seguita, dalla stampa e dai media, la pallacanestro.
Potrebbe sembrare una frivolezza agli occhi dei più, ma che nel 2005, con la nazionale di basket argento olimpico e quella di calcio eliminata dagli Europei al primo turno in un girone che era il più abbordabile e ridicolo che mente umana ricordi, sui quotidiani sportivi nazionali restano una (quasi) o due (rarità) pagine dedicate alla palla a spicchi.
E di fronte a questa trascuratezza, il fallimento della Scavolini potrebbe passare (passerà) in secondo piano. C'era tanto rumore per la Virtus due anni fa, si scomodarono artisti e politici per tentare di scongiurare il disastro. Possibile che il cittadino non praticante questo sport e lo stesso appassionato esista solo a Basket City?
E' fallita la Scavolini, una delle squadre più gloriose d'Italia. Nell'ultima decade, si ricordano gli sforzi di Myers e Co. vicinissimi a battere la Virtus, allora Buckler Bologna, nella finalissima. Non possiamo non pensare poi agli anni della crisi, della retrocessione in A2, arrivando poi alla risalita e, un anno fa, allo storico ritorno nel basket dei grandi, nell'Euroleague. Prima c'erano stati due scudetti, tanti quanti quelli del Napoli di Maradona. Rimarrà, dopo questo fallimento, l'immagine che i giornali stanno riportando in auge di Walter Magnifico ai bei tempi, quella più recente di Myers che già riempiva le retine quando aveva molti più capelli di ora oltre a quella, ben più attuale, di Smith che è imprendibile per mezza Europa.
La Scavolini non potrà aderire neanche al Lodo Petrucci o qualche altro espediente. Forse è giusto così. Forse sarebbe meglio pagare per i propri errori, in fatto di gestione delle risorse economiche. 'Il presidente Enzo Amadio non ha fornito le garanzie necessarie affinche' si procedesse all'iscrizione della societa' recita la news dell'ANSA, brevissima, come quella di molti giornali e molti siti internet. Utopistico pretendere che ne parlino i telegiornali non sportivi nazionali. E pensare che un anno fa per il Napoli si mosse mezzo mondo. E che del Napoli si parlò per mesi e mesi. Per una Serie C al posto di una B. E per la Scavolini, fino a qualche mese fa impegnata nei quarti di finale della massima competizione europea? Poco o niente.
La notizia che fa rimanere a bocca aperta è che quella squadra non c'è più. Quella che fa rabbia, e che in pochi se ne accorgono.
Quella foto di Walter Magnifico, che oggi si trovava in uno dei tanti giornali accanto ad una news minuscola, era davvero di troppo piccolo formato. Piccolo come l'attenzione che il mondo dei media da al nostro sport preferito.




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16 luglio 2005

Il governo immobile e suddito della Lega

Credo proprio che all'estero la vedranno di cattivo occhio questa situazione. Ma non sono affatto preoccupato per le opinioni del falso socialista Blair o del socialdemocratico Schroeder. Temo invece che le barzellette sugli italiani crescano ancora. E non poco.
Esiste, all'estero, qualcosa chiamata Lega Nord? Non credo, o comunque è difficile che si comporti come questa Lega Nord. Fazzoletti verdi che sventolano a Strasburgo? Castrazione chimica? Moschee chiuse?
E meno male che era la Russia comunista che toglieva la libertà al popolo ed era troppo intransigente. Il dentista Calderoli (Berlusconi i miracoli li fa: ha preso uno così e l'ha fatto dentista), sempre occupante l'inutle (dannoso?) Ministero per le Riforme dice che l'Italia è "uno stato di diritto" e poi invece attacca le donne che abortiscono e i musulmani che vivono.
I musulmani non sono tutti terroristici, ma sarebbe troppo da stupidi non accorgersi che dietro al "fascismo celtico" e all'antislamismo leghista si nascoste la clericalità pura, e la sempre maggiore offesa all'ideale dello stato laico, come lo intendevano Berlinguer e La Malfa. Mentre Ratzinger scomunica il piccolo Harry Potter (l'ex cardinale preferisce che i bambini non leggano come accadeva sempre qualche anno fa, piuttosto che saperli presi dalle avventure del maghetto: sarà mica comunista sto Potter?), Rutelli, un tempo radicali e con la scritta "LAICO" anche nei calzini, frequenta una messa esclusiva piuttosto intima e "devota". Rimane solamente Silvio che ci delizia con il suo ottimismo, perchè "nella classe del figlio tutti i ragazzi hanno almeno due telefonini: non credo sia in una scuola di Bari Vecchia il figlio del Premier..), e gli sciacalli di AN che divorano Fini. E la Sinistra? In bilico fra discorso serio e teatrino. Fra ritiro delle truppe e litigi su Listine e Primarie. Addio stato laico. Addio politica vera. Addio ideologia. Addio mondo comprensibile.




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16 luglio 2005

Laicità?

I ragazzi di oggi, quelli che visitano ogni giorno un negozio di attrezzature sportive specializzato o ascoltano solo la musica che va alla grande sui network musicali, pensano di essere il massimo della vita. Di essere, seriamente, "ragazzi giusti", veramente "diciottenni". Io mi ritendo un "ragazzo oggi", non per essere più maturo, ma perchè so che prima o poi questa giovinezza svanirà. Arriverà il momento in cui mammina non mi terrà più la minestra in caldo, e dovrò allora sopportare tutto il peso che una certa professione porta. E i ragazzi in questione non potranno più noleggiare solamente film dell'orrore o leggere solamente le notizie sportive su Televideo.
Voglio occuparmi di politica, di cose serie, ma ovviamente con un piglio giovanile. Perchè non credo di essere l'unico ad essermi accorto che la classe dirigente invecchia sempre più e noi giovani capiamo, seguiamo o leggiamo sempre gli affari di palazzo. Ad ogni livello.
Credo che leggere sia il miglior modo per seguire la politica. I talk show, a parte poche e rare eccezioni, non affascinano nessuno. Sembrano più, vedi Punto e a Capo, una versione politica di "Al Posto Tuo".
Dunque, ne parlerò, con chi è interessato, perchè ci sono tante questioni di cui discorrere, vedi la guerra dell'occidente contro gli iracheni, vedi il terrorismo, vedi l'assolutismo. Vedi l'amnesia che il mondo ricco nutre verso i conflitti in Cecenia o altri di cui parlano solo le ultime pagine dei giornali.
Voglio diventare, un giorno, giornalista.
E spero di poter condividere la politica con più persone possibile. Perchè non credo di essere il solo a volere lo stato laico.




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iosonolaico
ma la politica è laica oppure è incredibilmente religiosa-praticante e antica?


Diario


18 luglio 2005

Il falso scoop di Telepadania - by Gian Antonio Stella - dal Corriere

«Su TelePadania, e solo lì, questa settimana passano le immagini di decine di extracomunitari che in una piazza di una città italiana brindano e ballano per festeggiare l’attentato di Londra», scrive furente sulla Padania Roberto Castelli. «Sono contenti, evidentemente perché un po’ di cani infedeli sono stati fatti a pezzi. Per queste immagini si indignano solo gli uomini della Lega. Per gli altri media, tutti gli altri, la notizia non esiste neppure».
Verissimo, signor ministro: infatti si tratta di una bufala. Padana, ma bufala. Sia chiaro: con l’aria che tira una manifestazione di esultanza per le bombe di Londra dovrebbe essere repressa con la massima durezza. Chi istiga a delinquere va colpito senza pietà, l’acqua torbida in cui nuota il pesce terrorista va prosciugata e il Corriere, al contrario di quanto scrive il Guardasigilli, ha sempre avuto su questi temi posizioni nette: niente indulgenze.
Detto questo, con l’aria che tira, è bene inquadrare i nemici senza sollevare polveroni. Anche Winston Churchill, dopo la dichiarazione di guerra mussoliniana, disse degli italiani immigrati: «Acciuffateli tutti». E finirono in galera, per poi morire sull’«Arandora Star» affondata dai tedeschi, mentre venivano avviati a un campo di prigionia canadese, anche esuli anti-fascisti come Decio Anzani ed ebrei rifugiatisi in Inghilterra dopo le leggi razziali come Umberto Limentani. Guai a fare di ogni erba un fascio. Tanto più se fai il ministro. Più il nemico è insidioso, più devi pesare le parole.
Ma partiamo dall’inizio. Siamo a Cento, un paesotto tra Ferrara e Bologna. È venerdì 8 luglio. Un uomo racconta a un cronista del quotidiano regionale: «Mentre l’Inghilterra piange e l’Italia trema, qualcuno giovedi sera ha ballato. Vedere quella scena mi ha fatto male al cuore. Era mezzanotte e nel piazzale dell'autostazione una decina di extracomunitari si abbracciavano e ballavano. Mi sono fermato per capire: mi hanno detto, con il sorriso, di starmene buono, che tra poco comanderanno loro e che la loro era una danza in onore dei kamikaze».
Il teste si chiama Erminio Gamberini, è un omone grande e grosso sulla sessantina, fa l’artigiano e a Cento lo conoscono tutti. Fanatico del body- building, racconta d’essere «amico di Schwarzenegger», di non essere mai andato a trovarlo a Los Angeles «per paura dell’aereo» e di essere culo e camicia anche con Lou Ferrigno, l’«Incredibile Hulk». Ignoto o quasi ai parroci della zona, è però un crociato del crocifisso, che minacciò tempo fa di affiggere in tutte le scuole: «Li ho fatti fare apposta ». Nemico giurato degli immigrati, gira con un basco e un manganello e al Corriere si presenta così: «Sono il capo dei Guardian Angels». Al giornale regionale, conoscendolo, non lo prendono troppo sul serio. Ma il giorno dopo le bombe di Londra, con tutte le polemiche in corso...
Fatto sta che la notizia, troppo ghiotta, esce: «Un testimone di Cento racconta così il suo personale incontro con l’orrore». I carabinieri fanno un salto sulla sedia: ma come, un ballo in piazza per festeggiare le bombe di Londra? Aprono un’inchiesta, ascoltano la gente che vive in zona, si fanno raccontare i fatti dall’autore della denuncia. E giungono alla conclusione che, minimo minimo, la notizia è stata, diciamo così, molto gonfiata.
Il quotidiano locale concorrente fa un’inchiesta parallela. Parla coi vicini: niente. Parla con la donna, Paola Ortensi, che gestisce il bar della Stazione: nonostante abbia buoni motivi per lamentarsi di certi gruppetti di immigrati che battono la zona, dice che, spiacente, anche lei non ne sa nulla. Parla con gli esponenti più in vista della comunità straniera e quelli non solo cadono dalle nuvole ma condannano durissimi la carneficina londinese.
Il Comune stesso, retto da una giunta civica, si dà da fare per accertare i fatti e fa un comunicato per spiegare che, al massimo, si è trattato di un equivoco tra un cittadino esasperato e «quattro ubriachi». Anche il parroco Alfredo Pizzi, che sta a Cento da 45 anni e conosce sia l’Erminio sia moltissimi extracomunitari, non ha dubbi: «È un fatto che non ha fondamento ».
Ma come la fermi un’onda ormai partita? Mario Borghezio, raccolti un po’ di giustizieri, si precipita «per dare una ripulita a Cento». E TelePadania manda in onda indignati servizi che raccontano del ballo per le bombe di Londra e mostrano le immagini di uomini dalla faccia araba che danzano isterici davanti alle telecamere. «Immagini da vomitare! Vomitare!» tuona col Corriere Roberto Calderoli. «Agghiaccianti» concorda Roberto Castelli nel suo articolo sulla Padania di ieri. Il «dramma italiano» spiega «è tutto qui»: nel fatto che «le immagini di decine di extracomunitari che in una piazza di una città italiana brindano e ballano per festeggiare l’attentato di Londra» si vedano solo su Telepadania e «indignano solo gli uomini della Lega». Altro che «i buonisti, i masso-comunisti, i catto-musulmani »! Tutti ciechi: guardano la realtà con «deformanti lenti ideologiche».
Nel frattempo, resta quella curiosità: cos’è successo esattamente, a Cento? «Acqua passata» risponde rude il sedicente amico di Schwarzenegger. Acqua passata? Coi corpi delle vittime di Londra ancora caldi? «È andata come dico io, e basta». E come mai non si trova un solo altro testimone? «Perché hanno tutti paura degli islamici ».Maalmeno i cameramen di «TelePadania »! Almeno loro che riprendevano la scena potrebbero parlare! «Io non ho visto telecamere».
Prego? «Son venute per il corteo leghista. Ma la sera, lì, non le ho viste. Ovvio! Come potevano venire le telecamere, no? Ragioni! Lei fa il giornalista: ragioni!». Appunto: se c’era solo l’Erminio, come hanno fatto quelli di «TelePadania» a riprendere tutto? «Filmati? Ma quali filmati!» sbuffa Annalisa Bregoli, il sindaco alla guida di una giunta civica vicina alla destra: «Lo conosciamo l’uomo. È uno così. Che gira col manganello per provocare reazioni». Vuol dire che forse cercava la rissa e qualche ubriaco gli ha risposto con una battuta idiota? «Può essere. Certo noi qui non abbiamoproblemi particolari con gli immigrati. E, se lo dico io che non sono di sinistra e neanche buonista, mi può credere ».
Ma insomma: quei filmati? Max Ferrari, il direttore di «TelePadania», sbanda un po’: «Noi la notizia abbiamo cercato di accertarla. E ci siamo convinti che era buona. Certo, i filmati non potevamo averli ». E allora? Cede all’onestà: «Ci siamo arrangiati con immagini di repertorio, girate da un’altra parte dopo l’11 settembre». Roba d’archivio. Montata in modo tale da confondere non solo la gente comune che stava davanti alla tivù, ma anche due uomini di governo come Calderoli e Castelli che, diciamolo, si sono lasciati un po’ andare. Come potevano dubitare di «TelePadania»? E pensare che di solito sono così sobri e prudenti...

Gian Antonio Stella - 18-07-05 - dal Corriere della Sera (prima pagina)




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18 luglio 2005

Quale pace quale guerra - by Furio Colombo (ex direttore Unità)

C’è intorno a noi cittadini un gran traffico di parole, dopo il tremendo evento di Londra, una sorta di grande esodo dai percorsi addolorati e pieni di orgoglio e di dignità che erano seguiti al settembre americano e al marzo spagnolo. È vero, il fenomeno di maxi-discussione a vuoto sta deflagrando sopratutto in Italia, vuoi a causa del pericolo che tutti temiamo, vuoi a causa del clima di confusione che è sempre stato tipico del governo, della maggioranza e dei commentatori di osservanza berlusconiana (con la sola eccezione del ministro Pisanu). Ci troviamo di fronte a un intrico di contraddizioni che a volte si susseguono, una dopo l’altra, nella stessa argomentazione rendendo impossibile un punto di approdo logico e, sopratutto, impedendo di contribuire con proposte utili. Vediamo.
Prima contraddizione. Di un evento spaventoso come quello di Londra (un “black out” e due morti, all’inizio; 40 morti prima di sera, ottanta a metà settimana e alla fine ancora non sappiamo) si deve parlare o si deve far finta di niente? Avrebbe il mondo preso coscienza della svolta brutale avvenuta nella storia con l’attacco alle torri di Manhattan se quelle torri fossero state più basse, e fosse stato possibile coprirle di teloni e vantare il comportamento “compassato” di cittadini invisibili, dopo l’11 settembre?
È evidente che la felpata strategia inglese, del silenzio quasi perfetto, delle ambulanze senza sirene, dei poliziotti che si muovono lenti e parlano solo a voce bassa davanti alle telecamere delle TV che si adeguano (compresi i mille giornalisti “free-lance” che non dipendono dalla BBC e tutti concordano, che, a differenza dell’America e a differenza della Spagna, qui, come in Iraq, non si deve vedere nulla) è stata preparata in anticipo e con molta cura, fino ai dettagli. Avranno informato gli alleati di questo nuovo corso del silenzio? Questo corso è mai stato utilizzato da una democrazia in passato? Certo, è possibile che sia utile, il dibattito è aperto.
Ma tanti di noi hanno paragonato il coraggioso e calmo temperamento inglese del 7 luglio (che forse invece è il risultato di una attentissima regia di controllo delle notizie) con la eroica risposta di un’altra generazione di inglesi, ai selvaggi bombardamenti tedeschi del 1940 e del 1942. Perché lo abbiamo fatto? Perché (anche i più giovani di noi) quei bombardamenti li abbiamo visti in centinaia di documenti visivi prodotti dai cinegiornali e dal governo inglese, per mostrarli agli inglesi, mentre la tragedia stava avvenendo, per informarli, motivarli e unirli. Sapere tutto era la politica anti-fascista del tempo in una spaventosa guerra in cui hanno perduto coloro che non sapevano nulla, che conoscevano solo la propaganda. Qualcosa è cambiato? Quando? Qualcuno vorrà parlarcene?
Seconda contraddizione. È guerra o non è guerra? Accettiamo il fatto umiliante che questa contraddizione sia esclusivamente italiana, di una tradizione culturale in cui le parole non sempre corrispondono alla realtà. Il fatto è che lo stesso quotidiano che ha colto ogni opportunità per inveire contro la sinistra italiana quando diceva «questa è guerra», ripeteva con vigore e tenacia che l’Italia si era imbarcata in una missione di pace, e dava del traditore a chiunque osasse dire che, no, eravamo parte di una guerra e che di guerra occorreva discutere in Parlamento, quello stesso quotidiano il giorno 12 luglio ha pubblicato in prima pagina un articolo di Paolo Guzzanti (« Una guerra da vincere») che dice con sincera passione: “È una guerra. È una guerra che l’America prima, e poi l’Europa subiscono, di cui sanguinano e che sono costretti a combattere e a vincere. Quando un Paese si trova di fatto in stato di guerra, di questo si deve tenere conto anche dal punto di vista giuridico”. Ha ragione. Ricordate le proteste indignate di congiunti dei caduti di Nassiriya che facevano sapere di non poter ricevere “il trattamento di guerra” per i loro cari perduti in combattimento perché la spedizione italiana risultava listata come “missione di pace”?
Certo, moralmente ogni guerra può essere definita, con civili intenzioni, missione di pace, nel senso che intende combattere contro coloro che hanno portato guerra per tornare ad avere pace. Ma, quanto allo stato giuridico dell’essere in guerra, come osserva giustamente Guzzanti, occorre poter e dover trarre da quel fatto - se accertato e dichiarato - tutte le conseguenze. Nel nostro caso, prima di domandarci quali sono quelle conseguenze (ed è una domanda capitale, da cui tentare di estrarre una strategia di comportamento) occorre rimettere a posto le parole, altrimenti viviamo, come tutti, una situazione immensamente difficile, ma - per noi italiani - sepolta nella negazione e nella confusione. E a giorni alterni stiamo costruendo la pace (che, purtroppo, come si vede, non è possibile) e stiamo affrontando una guerra. Adesso ci viene chiesto bruscamente, da destra, di smettere di far finta di niente e di dire, insieme a loro, che siamo in guerra. Esattamente ciò che hanno detto a milioni, nelle nostre piazze, i ragazzi con la bandiera della pace, sbeffeggiati volentieri da tutti. Vi ricordate di Fini? Due anni fa, da Vice Presidente del Consiglio, disse che “la sola guerra da dichiarare è la guerra contro i pacifisti”.
Tutto questo sembra un gioco pettegolo del giornalismo ma non lo è. Lo testimonia il fatto che il grido “dobbiamo dichiarare lo stato di guerra“ viene dal leghista Calderoli, che un giorno sarà straordinaria materia prima per un teatro dei burattini (una specie di Mangiafuoco con la camicia verde), ma adesso è Ministro della Repubblica. Lui vuole quella dichiarazione insieme con il direttore del giornale Il Tempo, Bechis, per cominciare a ridurre, finalmente, tutti i diritti, cominciando da quelli di parola “e di pensiero” (Bechis ha detto proprio così sul suo giornale l’11 luglio). Dunque stiamo camminando lungo una linea pericolosa. Da un lato rischiamo le loro bombe come tutti gli altri Paesi in guerra. Dall’altro rischiamo le pulsioni liberticide nostrane. Si intravede un pericoloso asse Guzzanti-Calderoli, più o meno dove passa il sistema nervoso centrale di Forza Italia e della sua maggioranza.
Terza contraddizione. È o non è una guerra contro il Cristianesimo? Che lo sia lo sostiene enfaticamente la parte ateo-credente della destra (ormai ha deciso: mai senza Ratzinger). Che non lo sia lo dice la migliore cultura cattolica (vedi Alberto Melloni su il Corriere della sera, 12 luglio) facendo notare quanto sia vuota di verità l’affermazione secondo cui il terrorismo non è mai cristiano. Melloni ricorda la decennale lotta dell’IRA cattolica contro irlandesi e inglesi protestanti, segnata da centinaia di atti di terrorismo. L’America potrebbe ricordare che i soli atti gravi di terrorismo interno avvenuti in quel Paese prima dell’11 settembre (100 morti a Waco, Texas e 168 a Oklahoma City) sono stragi organizzate da “milizie armate cristiane” che facevano capo a un pericoloso gruppo, non si sa se dissolto, detto “Order” o “Christian Identity”. Il fatto che la domanda (è guerra anticristiana?) venga sollevata nel vuoto e nello sbandamento del dopo Wojtyla, dimostra comunque che accanto alla guerra delle bombe, a noi italiani tocca una pericolosa guerra delle parole usate a casaccio.
Dichiarare che si tratta di assalto alla Chiesa cattolica alzerebbe di molto, anche prima di una bomba, la tensione italiana e il ricatto tipico della destra. O stai con Calderoli e i suoi intenti persecutori, o sei contro la Chiesa e il Papa.
Riconosco che questa è una semplificazione brutale. Ma i tempi brutali favoriscono purtroppo le semplificazioni.
Quarta contraddizione. Un piano antiterrorismo, di cui tutti riconosciamo di avere bisogno (alcuni di noi credevano che già ci fosse), si costruisce nei dettagli (pedinando o acciuffando sospetto per sospetto, clandestino per clandestino, chiudendo frontiere come desiderano i terroristi) oppure cercando una visione di insieme che, dalla interpretazione di un fatto, ti fa risalire ad altri fatti, a nomi, organizzazioni, complici, fonti politiche e fonti finanziarie?
Giustamente Lucia Annunziata cita (La Stampa, 12 luglio) una esperta americana che dice: “Una volta che hai catturato gente sospetta, esattamente cosa ci fai? È una domanda cruciale, degna di restare nella storia di questi brutti tempi perché si situa alla biforcazione delle due strade, civiltà e tortura, diritti civili e Guantanamo.
Giustamente la giudice Forleo, quando vede un giovane extracomunitario sbattuto a terra e ammanettato da poliziotti e passanti perché sprovvisto di regolare biglietto del metrò di Milano, si getta nel gruppo, si identifica, e benché maltrattata, insiste nel difendere i diritti civili di quella persona ma anche la Costituzione del nostro Paese. Non sarebbe giusto vedere nella giudice Forleo un pezzo - piccolo, se vogliamo ma molto utile, molto efficace - di un piano contro il terrorismo?
La contraddizione si aggrava quando si susseguono senza imbarazzo prima le lodi per la regina d’Inghilterra e per il Primo Ministro Blair che garantiscono: “nessuno toccherà i diritti civili in questo Paese”. E poi una concitata invocazione di interventi restrittivi di ogni genere (”anche di pensiero”, suggerisce il direttore de Il Tempo Bechis).
Mi rendo conto che in questa lunga disamina delle contraddizioni che stanno segnando la conversazione italiana dopo Londra, non ho detto una parola sul terrorismo. Che fenomeno è, come si forma, come si alimenta, come si combatte, visto che non è uno Stato, non ha un territorio e non ha il volto del fanatico islamico che esegue, ma, più probabilmente, di ingegneri, di militari (o ex militari), di spie di doppio e di triplo gioco, di schegge di burocrazie e regolari e irregolari, di frequentatori di buone banche del mondo, di buone borghesie, di buone scuole, di buoni gruppi societari, con documenti impeccabili e nessuna ragione di vivere da clandestini?
Leggi speciali? Quali? Quelle americane sono dure dopo l’11 settembre. Ma la storia e le garanzie di opinione pubblica di quel Paese è molto diversa, molto lontana dalla tragica fragilità di un Paese ex fascista come l’Italia. Negli USA, anche adesso, prevalgono giudici come la Forleo. E i cittadini non applaudono l’arresto violento di un giovane trovato senza biglietto del metrò, neppure in queste ore, neppure adesso.
Ma, come si vede, del terrorismo e del che cosa fare per vincerlo, dobbiamo ancora cominciare a parlare.

Furio Colombo - 17-07-05 - da l'Unità




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18 luglio 2005

Resa dei conti in An - E meno male che è la sinistra divisa - da Repubblica.it

ROMA - Revocati gli incarichi fiduciari in An. La decisione di Fini a tre giorni dalla "chiacchierata del caffè" tra Matteoli, La Russa e Gasparri (con conseguente ira e minacce del leader ai suoi colonnelli), suona tanto come una resa dei conti.

"Il presidente del partito, Gianfranco Fini - recita asettico il gelido comunicato di via della Scrofa - ha revocato gli incarichi fiduciari, ai vicepresidenti, ai componenti dell'ufficio di presidenza e ai coordinatori regionali. Ha nominato il signor Marco Martinelli responsabile del dipartimento organizzazione e ha convocato la direzione nazionale del partito per il 28 luglio con all'odg: partecipazione di Alleanza Nazionale alla costituente del centrodestra; legge elettorale". La nota di An è intitolata "determinazioni del presidente".

Dunque le acque nel partito non sembrano essersi calmate, come invece aveva annunciato il portavoce del vicepremier dopo la lettera di scuse dei tre "cospiratori", sorpresi al bar da uno stagista del quotidiano Il Tempo a esprimere giudizi al vetriolo sul loro leader con frasi tipo: "Non possiamo permetterci una campagna elettorale con lui alla guida", e poi considerazioni negative sullo stato di salute del ministro degli Esteri, "è malato: non lo vedete che è dimagrito, gli tremano le mani", e ancora "non possiamo fargli fare la trattativa sul partito unico".

Una conversazione tanto più imbarazzante considerando che, dicono dal quotidiano romano, quello che è stato riportato nell'articolo è solo la parte mondata da frasi ben più pesanti, compresi riferimenti al ministro per le Pari opportunità Stefania Prestigiacomo.

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E poi come si fa a non sorridere di uno pseudo-partito che si chiama Forza Italia, il cui simbolo sembra l'etichetta di un'aranciata da due soldi?
Corrado Lampe

"Il nemico più pericoloso è quello di cui nessuno ha paura"
Dan Brown - Angeli e Demoni





"E non poteva essere Berlusconi, perchè sapevo che la sua discesa in campo muoveva esclusivamente da interessi personali: me lo aveva detto chiaramente lui stesso".
Indro Montanelli - Soltanto un giornalista


LAICITA'


"Non abbassare il pugno, vecchio. Non lo abbassare mai".
Luis Sepulveda -
La frontiera scomparsa



"Parlavano anche di politica, i ragazzi del bagno. Si sentivano rossi, radicali, anarchici. Odiavano, ricambiati, gli stronzi nazisti che proliferavano nella loro scuola, figli di figli di bottegai, commercialisti, dentisti, figli di un'ignoranza italiana senza complessi. Si sentivano parte, con sfumature differenti, d'una sinistra sorridente e sincera; simpatizzavano col mondo underground dei centri sociali occupati e delle case discografiche indipendenti, e soprattutto odiavano i pinocchi di piombo delle organizzazioni di partito"           
Enrico Brizzi -
Jack Frusciante è uscito dal gruppo

   luis sepulveda

Sto leggendo
"Uno nessuno centomila" di Pirandello

"Sostiene Pereira"
- di Antonio Tabucchi

the Da Vinci code - in english, il più discusso caso editoriale dell'era commercial-libraia


davvero un libro che non puoi interrompere. Bello. In inglese è ancora più gustoso. Consiglio di leggere anche "Angels and Demons". Stepitoso.




   Eccomi a Buckingham Palace

"Io, cristiano, non posso accettare l’idea che il Signore, invocato in tutte le mie preghiere come archetipo e fonte di tutte le Virtù, a cominciare dalla più cristiana di tutte, la Carità, si diverta a infliggere alle sue creature i tormenti di un’agonia senza speranza. Questa, anche se viene a ripetermela un Cardinale, o lo stesso Papa, per me è bestemmia".
Indro Montanelli
-
La Stanza - Corriere della Sera

Corriere.it

IO SONO LAICO


LAICITA'

 LUI ERA LAICO


Perchè lui non dovrebbe adottare un figlio?


Nella Germania Est, la sinistra primo partito

Post Elezioni regionali 2005

Guardian Unlimited


Ma cos'è la destra, cos'è la sinistra...
Giorgio Gaber


Contro tutte le guerre

- peace flag source internet

Eskimo (Francesco Guccini)
Questa domenica in Settembre
non sarebbe pesata cosi'
l'estate finiva piu' nature
vent'anni fa o giu' di li'
Con l'incoscienza dentro al basso ventre
e alcuni audaci, in tasca "l'Unita'",
la paghi tutta, e a prezzi d'inflazione,
quella che chiaman la maturita'
Ma tu non sei cambiata di molto
anche se adesso e' al vento quello che
io per vederlo ci ho impiegato tanto
filosofando pure sui perche'
Ma tu non sei cambiata di tanto
e se cos'e' un orgasmo ora lo sai
potrai capire i miei vent'anni allora
e quasi cento adesso capirai
Portavo allora un eskimo innocente
dettato solo dalla poverta'
non era la rivolta permanente
diciamo che non c'era e tanto fa
Portavo una coscienza immacolata
che tu tendevi a uccidere pero'
inutilmente ti ci sei provata
con foto di famiglia o paleto'
E quanto son cambiato da allora
e l'eskimo che conoscevi tu
lo porta addosso mio fratello ancora
e tu lo porteresti e non puoi piu'
Bisogna saper scegliere il tempo
non arrivarci per contrarieta'
tu giri adesso con le tette al vento
io ci giravo gia' vent'anni fa
Ricordi fu con te a Santa Lucia
al portico dei Servi per Natale
credevo che Bologna fosse mia
ballammo insieme all'anno o a Carnevale
Lasciammo allora tutti e due un qualcuno
che non ne fece un dramma o non lo so
ma con i miei maglioni ero a disagio
e mi pesava quel tuo paleto'
Ma avevo la rivolta fra le dita
dei soldi in tasca niente e tu lo sai
e mi pagavi il cinema stupita
e non ti era toccato farlo mai
Perche' mi amavi non l'ho mai capito
cosi' diverso da quei tuoi cliche
perche' fra i tanti, bella,
che hai colpito ti sei gettata addosso proprio a me
Infatti i fiori della prima volta
non c'erano gia' piu' nel sessantotto
scoppiava finalmente la rivolta
oppure in qualche modo mi ero rotto
Tu li aspettavi ancora ma io gia' urlavo che
Dio era morto, a monte, ma pero'
contro il sistema anch'io mi ribellavo
cioe', sognando Dylan e i provo
E Gianni ritornato da Londra
a lungo ci parlo' dell'LSD
tenne una quasi conferenza colta
sul suo viaggio di nozze stile freak
E noi non l'avevamo mai fatto
e noi che non l'avremmo fatto mai
quell'erba ci creseva tutt'attorno
per noi crescevan solo i nostri guai
Forse ci consolava far l'amore
ma precari in quel senso si era gia'
un buco da un amico, un letto a ore
su cui passava tutta la citta'
L'amore fatto alla boia d'un Giuda
e al freddo in quella stanza di altri e spoglia
vederti o non vederti tutta nuda
era un fatto di clima e non di voglia
E adesso che potremmo anche farlo
e adesso che problemi non ne ho
che nostalgia per quelli contro un muro
o dentro a un cine o li' dove si puo'
E adesso che sappiamo quasi tutto
e adesso che problemi non ne hai
che nostalgia, lo rifaremmo in piedi
scordando la moquette stile e l'Hi Fi
Diciamolo per dire, ma davvero
si ride per non piangere perche'
se penso a quella ch'eri, a quel che ero,
che compassione che ho per me e per te
Eppure a volte non mi spiacerebbe
essere quelli di quei tempi la'
sara' per aver quindic'anni in meno
o avere tutto per possibilita'
Perche' a vent'anni e' tutto ancora intero
perche' a vent'anni e' tutto chi lo sa
a vent'anni si e' stupidi davvero
quante balle si ha in testa a quell'eta'
Oppure allora si era solo noi
non c'entra o meno questa gioventu'
di discussioni, caroselli, eroi
quel ch'e' rimasto dimmelo un po' tu
E questa domenica in Settembre
se ne sta lentamente per finire
come le tante via distrattamente
a cercare di fare o di capire
Forse lo stan pensando anche gli amici
gli andati, i rassegnati, i soddisfatti,
giocando a dire che si era piu' felici
pensando a chi si e' perso o no a quei patti
Ed io che ho sempre un eskimo addosso
uguale a quello che ricorderai
io come sempre, faccio quel che posso
domani poi ci pensero' se mai
Ed io ti cantero' questa canzone
uguale a tante che gia' ti cantai
ignorala come hai ignorato le altre
e poi saran le ultime oramai

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