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ma la politica è laica oppure è incredibilmente religiosa-praticante e antica?


Repertorio


30 luglio 2005

Dio è morto

(F. Guccini)



Ho visto
la gente della mia età andare via
lungo le strade che non portano mai a niente
cercare il sogno che conduce alla pazzia
nella ricerca di qualcosa che non trovano
nel mondo che hanno già
dentro le notti che dal vino son bagnate
dentro le stanze da pastiglie trasformate
dentro le nuvole di fumo
nel mondo fatto di città
essendo contro ed ingoiare
la nostra stanca civiltà.
È un Dio che è morto
ai bordi delle strade, Dio è morto
nelle auto prese a rate, Dio è morto
nei miti dell'estate, Dio è morto.

M'han detto
che questa mia generazione ormai non crede
in ciò che spesso han mascherato con la fede
nei miti eterni della patria e dell'eroe
perché è venuto ormai il momento di negare
tutto ciò che è falsità
le fedi fatti di abitudini e paura
una politica che è solo far carriera
il perbenismo interessato
la dignità fatta di vuoto
l'ipocrisia di chi sta sempre
con la ragione e mai col torto.
È un Dio che è morto
nei campi di sterminio, Dio è morto
coi miti della razza, Dio è morto
con gli odi di partito, Dio è morto.

Io penso
che questa mia generazione è preparata
a un mondo nuovo e a una speranza appena nata
ad un futuro che ha già in mano,
a una rivolta senza armi
perché noi tutti ormai sappiamo
che se Dio muore è per tre giorni
e poi risorge.
In ciò che noi crediamo Dio è risorto,
in ciò che noi vogliamo Dio è risorto,
nel mondo che faremo Dio è risorto!




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21 luglio 2005

Questo partito è la mia casa -by Darwin Pastorin - da Liberazione

Non potrei vivere senza i sogni, senza le passioni. Anche adesso, alle soglie dei cinquant'anni. Conto ancora le nuvole, seguo il buffo andirivieni dell'aquilone con mio figlio Santiago, credo nella possibilità di un mondo migliore. Dentro di me, come per Platone e Pascoli, vive un «fanciullino». E questo «fanciullino» è capace di stupirsi, indignarsi, commuoversi. Di rifiutare le situazioni di comodo, le ragioni dei più forti, la morale di chi è senza morale, di chi pensa al guadagno facile e non sa guardarsi al fianco, dove c'è un povero che allunga la mano, un bambino che chiede un pezzo di pane, un anziano solo. Faccio parte, con orgoglio, del Partito della Sinistra Europea perché, da sempre, ho imparato a guardarmi attorno. Perché credo nei progetti politici, sociali e culturali di Fausto Bertinotti. Perché il cammino è difficile, ma non impossibile.

Guardarsi attorno. Ho cominciato a farlo da bambino, a San Paolo del Brasile. In quella Rua Nossa Senhora da Lourdes che per me è, nella memoria, nel mito, nella consolazione, come la Rua dos Douradores di Bernardo Soares/Fernando Pessoa («Penso a volte che non uscirò mai da questa Rua dos Douradores. E se lo scrivo, mi sembra l'eternità»). Lì, io, figlio di emigranti veronesi, giocavo con coetanei ebrei, mulatti, polacchi, coreani. Inseguivamo la vita, consapevoli, fin da quel tempo, delle fatiche dei nostri padri e delle nostre madri. Stavamo bene insieme, in quella moltitudine di lingue, dialetti, speranze. Ringrazio il Brasile per avermi insegnato che il razzismo è una vergogna.

I miei genitori tornarono in Italia nel '61. Non più Verona, ma Torino. La Torino dell'effimero chiamato Boom Economico. «Venite, venite signori alla fiera del lavoro, posti per tutti, case per tutti!». Quanti imbonitori, quante illusioni. Cottimisti, non ottimisti. Potevi fare il bagno al Po, ma in fabbrica ti rubavano l'anima, ti contavano il respiro e il sudore. Mi guardavo attorno, e vedevo la sofferenza degli operai. Torino non era più la gozzaniana «piccola Parigi», la città dalle «dritte vie corrusche di rotaie», ma una città che guardava scorrere la vita dallo spioncino della porta. Oggi, per fortuna, le cose sono cambiate. Torino è multirazziale, Torino ha tolto le catene, ha spalancato le fineste sull'universo. Ma quanta fatica, quanti dolori! Il mio maestro di letteratura e di vita, Giovanni Arpino (rileggete, per favore, rileggete «La suora giovane», uno dei più bei romanzi del nostro Novecento), mi disse, in tempi non sospetti: «Torino ha la sua salvezza nell'essere una città operaia».

Il mio impatto con la politica fu terribile, violento. Primo anno di liceo, via Juvarra. Primo sbadiglio dell'autunno. Primo giorno di scuola. Mancavano pochi minuti all'inizio delle lezioni. Quando arrivò quell'urlo, lacerante: «Arrivano i fascisti, arrivano i fascisti!». Ricordo quel colosso, con lo scalpello in mano, la faccia dura, crudele. Il colpo sulla testa di un compagno dell'ultimo anno. La testa che zampillava sangue. Io lì, con i miei quattordici anni. Con il mio orrore. Decisi subito da che parte stare. Dalla parte di chi subisce colpi alla testa, viene aggredito, ferito. Il giorno dopo, c'erano soltanto bandiere rosse. Il terzo giorno, il liceo venne occupato. Assemblea, sciopero, corteo interno. Cominciai a leggere testi sul comunismo. Le lettere di Gramsci. Il "manifesto" di Marx ed Engels. La storia del Pci. Continuavo, nel contempo, a disprezzare il socialismo reale, quei carrarmati a Praga, le fiamme che spensero l'urlo di Jan Palach. Il mio comunismo era il comunismo di Che Guevara, un comunismo nobile, rivoluzionario, che non sapeva perdere la tenerezza. La mia era, comunque, nell'ideale, una rivoluzione senza le armi. La rivoluzione del dialogo. Oggi, nella rinnovata consapevolezza, mi riconosco in Bertinotti, il mio Virgilio, e nel presidente brasiliano Lula. Già, che bella la vicenda umana e politica di questo operaio pernambucano!

Mi dicono: non ti vergogni ad essere comunista? Rispondo, con un sorriso, «no, non mi vergogno». Proprio per quella mia idea di comunismo: l'utopia da realizzare, una società senza più poveri, senza più sfruttati, senza più bambini in mezzo alla strada. Una rifondazione del comunismo. Che deve prendere le distanze, una volta per sempre, senza se e senza ma, dagli errori che, nel nome di un ideale giusto, sono stati compiuti in passato.

Faccio parte della Sinistra Europea perché i progetti sono chiari, rivolti agli "altri". Perché non dobbiamo smettere di guardarci attorno. Di seguire gli aquiloni.

Ho fatto per tanti anni l'inviato speciale. Per un quotidiano sportivo. Giravo il mondo dietro a un pallone. Ma non mi bastavano alberghi e stadi. Consumavo le scarpe, andando in giro per piazze, strade, anfratti. E ho incontrato, abbracciato tante, troppe solitudini. Ho raccolto parole disperate, lacrime di un passato sempre presente. I giorni a Santiago del Cile, ad esempio: il racconto dei testimoni, dei sopravvissuti di quell'11 settembre 1973, quando un massacratore di generazioni di nome Augusto Pinochet spezzò, con la violenza e la morte, i fiori di Unidad Popular, di Salvador Allende, di un socialismo dal volto decisamente umano. Poi, le madri di Plaza de Mayo. Quelle madri che non smetteranno mai di camminare. Di denunciare, di attendere. A ogni loro passo, ritorna una ferita. Un ragazzo lanciato vivo da un elicottero nell'oceano, una ragazza violentata, fatta partorire, il figlio venduto, infine uccisa. A ogni loro passo, ritornano quelle notti nere. I mitra, le case violate, la gente fatta sparire. 1978, il mundial della vergogna. Ha scritto Eduardo Galeano: «Al suono di una marcia militare, il generale Videla decorò Havelange durante la cerimonia di inaugurazione nello stadio Monumental di Buenos Aires. A pochi passi da lì era in pieno funzionamento la Auschwitz argentina, il centro di tortura e di sterminio della Scuola di Meccanica dell'Esercito. «Finalmente il mondo può vedere l'immagine vera dell'Argentina», annunciò il presidente della Fifa davanti alle telecamere delle televisioni. Henry Kissinger, ospite d'onore, annunciò: «Questo paese ha un grande futuro, a tutti i livelli». E il capitano della squadra tedesca Berti Vogts, che diede il calcio d'inizio, dichiarò qualche giorno più tardi: «L'Argentina è un paese nel quale regna l'ordine. Io non ho visto nessun prigioniero politico». E questa colonna infame potrebbe continuare all'infinito.

Il Partito della Sinistra Europea è la mia casa. Una casa senza porte e senza finestre, una casa aperta a chi crede nei sogni, a chi sa guardarsi attorno. Una casa di bella gente e di belle letture, di belle energie e di belle idee. Una casa che porta a tante altre case. Case di suoni, di colori, dove tutti si abbracciano e sono felici.

Darwin Pastorin - 08-05-05 - da Liberazione




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18 luglio 2005

Il falso scoop di Telepadania - by Gian Antonio Stella - dal Corriere

«Su TelePadania, e solo lì, questa settimana passano le immagini di decine di extracomunitari che in una piazza di una città italiana brindano e ballano per festeggiare l’attentato di Londra», scrive furente sulla Padania Roberto Castelli. «Sono contenti, evidentemente perché un po’ di cani infedeli sono stati fatti a pezzi. Per queste immagini si indignano solo gli uomini della Lega. Per gli altri media, tutti gli altri, la notizia non esiste neppure».
Verissimo, signor ministro: infatti si tratta di una bufala. Padana, ma bufala. Sia chiaro: con l’aria che tira una manifestazione di esultanza per le bombe di Londra dovrebbe essere repressa con la massima durezza. Chi istiga a delinquere va colpito senza pietà, l’acqua torbida in cui nuota il pesce terrorista va prosciugata e il Corriere, al contrario di quanto scrive il Guardasigilli, ha sempre avuto su questi temi posizioni nette: niente indulgenze.
Detto questo, con l’aria che tira, è bene inquadrare i nemici senza sollevare polveroni. Anche Winston Churchill, dopo la dichiarazione di guerra mussoliniana, disse degli italiani immigrati: «Acciuffateli tutti». E finirono in galera, per poi morire sull’«Arandora Star» affondata dai tedeschi, mentre venivano avviati a un campo di prigionia canadese, anche esuli anti-fascisti come Decio Anzani ed ebrei rifugiatisi in Inghilterra dopo le leggi razziali come Umberto Limentani. Guai a fare di ogni erba un fascio. Tanto più se fai il ministro. Più il nemico è insidioso, più devi pesare le parole.
Ma partiamo dall’inizio. Siamo a Cento, un paesotto tra Ferrara e Bologna. È venerdì 8 luglio. Un uomo racconta a un cronista del quotidiano regionale: «Mentre l’Inghilterra piange e l’Italia trema, qualcuno giovedi sera ha ballato. Vedere quella scena mi ha fatto male al cuore. Era mezzanotte e nel piazzale dell'autostazione una decina di extracomunitari si abbracciavano e ballavano. Mi sono fermato per capire: mi hanno detto, con il sorriso, di starmene buono, che tra poco comanderanno loro e che la loro era una danza in onore dei kamikaze».
Il teste si chiama Erminio Gamberini, è un omone grande e grosso sulla sessantina, fa l’artigiano e a Cento lo conoscono tutti. Fanatico del body- building, racconta d’essere «amico di Schwarzenegger», di non essere mai andato a trovarlo a Los Angeles «per paura dell’aereo» e di essere culo e camicia anche con Lou Ferrigno, l’«Incredibile Hulk». Ignoto o quasi ai parroci della zona, è però un crociato del crocifisso, che minacciò tempo fa di affiggere in tutte le scuole: «Li ho fatti fare apposta ». Nemico giurato degli immigrati, gira con un basco e un manganello e al Corriere si presenta così: «Sono il capo dei Guardian Angels». Al giornale regionale, conoscendolo, non lo prendono troppo sul serio. Ma il giorno dopo le bombe di Londra, con tutte le polemiche in corso...
Fatto sta che la notizia, troppo ghiotta, esce: «Un testimone di Cento racconta così il suo personale incontro con l’orrore». I carabinieri fanno un salto sulla sedia: ma come, un ballo in piazza per festeggiare le bombe di Londra? Aprono un’inchiesta, ascoltano la gente che vive in zona, si fanno raccontare i fatti dall’autore della denuncia. E giungono alla conclusione che, minimo minimo, la notizia è stata, diciamo così, molto gonfiata.
Il quotidiano locale concorrente fa un’inchiesta parallela. Parla coi vicini: niente. Parla con la donna, Paola Ortensi, che gestisce il bar della Stazione: nonostante abbia buoni motivi per lamentarsi di certi gruppetti di immigrati che battono la zona, dice che, spiacente, anche lei non ne sa nulla. Parla con gli esponenti più in vista della comunità straniera e quelli non solo cadono dalle nuvole ma condannano durissimi la carneficina londinese.
Il Comune stesso, retto da una giunta civica, si dà da fare per accertare i fatti e fa un comunicato per spiegare che, al massimo, si è trattato di un equivoco tra un cittadino esasperato e «quattro ubriachi». Anche il parroco Alfredo Pizzi, che sta a Cento da 45 anni e conosce sia l’Erminio sia moltissimi extracomunitari, non ha dubbi: «È un fatto che non ha fondamento ».
Ma come la fermi un’onda ormai partita? Mario Borghezio, raccolti un po’ di giustizieri, si precipita «per dare una ripulita a Cento». E TelePadania manda in onda indignati servizi che raccontano del ballo per le bombe di Londra e mostrano le immagini di uomini dalla faccia araba che danzano isterici davanti alle telecamere. «Immagini da vomitare! Vomitare!» tuona col Corriere Roberto Calderoli. «Agghiaccianti» concorda Roberto Castelli nel suo articolo sulla Padania di ieri. Il «dramma italiano» spiega «è tutto qui»: nel fatto che «le immagini di decine di extracomunitari che in una piazza di una città italiana brindano e ballano per festeggiare l’attentato di Londra» si vedano solo su Telepadania e «indignano solo gli uomini della Lega». Altro che «i buonisti, i masso-comunisti, i catto-musulmani »! Tutti ciechi: guardano la realtà con «deformanti lenti ideologiche».
Nel frattempo, resta quella curiosità: cos’è successo esattamente, a Cento? «Acqua passata» risponde rude il sedicente amico di Schwarzenegger. Acqua passata? Coi corpi delle vittime di Londra ancora caldi? «È andata come dico io, e basta». E come mai non si trova un solo altro testimone? «Perché hanno tutti paura degli islamici ».Maalmeno i cameramen di «TelePadania »! Almeno loro che riprendevano la scena potrebbero parlare! «Io non ho visto telecamere».
Prego? «Son venute per il corteo leghista. Ma la sera, lì, non le ho viste. Ovvio! Come potevano venire le telecamere, no? Ragioni! Lei fa il giornalista: ragioni!». Appunto: se c’era solo l’Erminio, come hanno fatto quelli di «TelePadania» a riprendere tutto? «Filmati? Ma quali filmati!» sbuffa Annalisa Bregoli, il sindaco alla guida di una giunta civica vicina alla destra: «Lo conosciamo l’uomo. È uno così. Che gira col manganello per provocare reazioni». Vuol dire che forse cercava la rissa e qualche ubriaco gli ha risposto con una battuta idiota? «Può essere. Certo noi qui non abbiamoproblemi particolari con gli immigrati. E, se lo dico io che non sono di sinistra e neanche buonista, mi può credere ».
Ma insomma: quei filmati? Max Ferrari, il direttore di «TelePadania», sbanda un po’: «Noi la notizia abbiamo cercato di accertarla. E ci siamo convinti che era buona. Certo, i filmati non potevamo averli ». E allora? Cede all’onestà: «Ci siamo arrangiati con immagini di repertorio, girate da un’altra parte dopo l’11 settembre». Roba d’archivio. Montata in modo tale da confondere non solo la gente comune che stava davanti alla tivù, ma anche due uomini di governo come Calderoli e Castelli che, diciamolo, si sono lasciati un po’ andare. Come potevano dubitare di «TelePadania»? E pensare che di solito sono così sobri e prudenti...

Gian Antonio Stella - 18-07-05 - dal Corriere della Sera (prima pagina)




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18 luglio 2005

Quale pace quale guerra - by Furio Colombo (ex direttore Unità)

C’è intorno a noi cittadini un gran traffico di parole, dopo il tremendo evento di Londra, una sorta di grande esodo dai percorsi addolorati e pieni di orgoglio e di dignità che erano seguiti al settembre americano e al marzo spagnolo. È vero, il fenomeno di maxi-discussione a vuoto sta deflagrando sopratutto in Italia, vuoi a causa del pericolo che tutti temiamo, vuoi a causa del clima di confusione che è sempre stato tipico del governo, della maggioranza e dei commentatori di osservanza berlusconiana (con la sola eccezione del ministro Pisanu). Ci troviamo di fronte a un intrico di contraddizioni che a volte si susseguono, una dopo l’altra, nella stessa argomentazione rendendo impossibile un punto di approdo logico e, sopratutto, impedendo di contribuire con proposte utili. Vediamo.
Prima contraddizione. Di un evento spaventoso come quello di Londra (un “black out” e due morti, all’inizio; 40 morti prima di sera, ottanta a metà settimana e alla fine ancora non sappiamo) si deve parlare o si deve far finta di niente? Avrebbe il mondo preso coscienza della svolta brutale avvenuta nella storia con l’attacco alle torri di Manhattan se quelle torri fossero state più basse, e fosse stato possibile coprirle di teloni e vantare il comportamento “compassato” di cittadini invisibili, dopo l’11 settembre?
È evidente che la felpata strategia inglese, del silenzio quasi perfetto, delle ambulanze senza sirene, dei poliziotti che si muovono lenti e parlano solo a voce bassa davanti alle telecamere delle TV che si adeguano (compresi i mille giornalisti “free-lance” che non dipendono dalla BBC e tutti concordano, che, a differenza dell’America e a differenza della Spagna, qui, come in Iraq, non si deve vedere nulla) è stata preparata in anticipo e con molta cura, fino ai dettagli. Avranno informato gli alleati di questo nuovo corso del silenzio? Questo corso è mai stato utilizzato da una democrazia in passato? Certo, è possibile che sia utile, il dibattito è aperto.
Ma tanti di noi hanno paragonato il coraggioso e calmo temperamento inglese del 7 luglio (che forse invece è il risultato di una attentissima regia di controllo delle notizie) con la eroica risposta di un’altra generazione di inglesi, ai selvaggi bombardamenti tedeschi del 1940 e del 1942. Perché lo abbiamo fatto? Perché (anche i più giovani di noi) quei bombardamenti li abbiamo visti in centinaia di documenti visivi prodotti dai cinegiornali e dal governo inglese, per mostrarli agli inglesi, mentre la tragedia stava avvenendo, per informarli, motivarli e unirli. Sapere tutto era la politica anti-fascista del tempo in una spaventosa guerra in cui hanno perduto coloro che non sapevano nulla, che conoscevano solo la propaganda. Qualcosa è cambiato? Quando? Qualcuno vorrà parlarcene?
Seconda contraddizione. È guerra o non è guerra? Accettiamo il fatto umiliante che questa contraddizione sia esclusivamente italiana, di una tradizione culturale in cui le parole non sempre corrispondono alla realtà. Il fatto è che lo stesso quotidiano che ha colto ogni opportunità per inveire contro la sinistra italiana quando diceva «questa è guerra», ripeteva con vigore e tenacia che l’Italia si era imbarcata in una missione di pace, e dava del traditore a chiunque osasse dire che, no, eravamo parte di una guerra e che di guerra occorreva discutere in Parlamento, quello stesso quotidiano il giorno 12 luglio ha pubblicato in prima pagina un articolo di Paolo Guzzanti (« Una guerra da vincere») che dice con sincera passione: “È una guerra. È una guerra che l’America prima, e poi l’Europa subiscono, di cui sanguinano e che sono costretti a combattere e a vincere. Quando un Paese si trova di fatto in stato di guerra, di questo si deve tenere conto anche dal punto di vista giuridico”. Ha ragione. Ricordate le proteste indignate di congiunti dei caduti di Nassiriya che facevano sapere di non poter ricevere “il trattamento di guerra” per i loro cari perduti in combattimento perché la spedizione italiana risultava listata come “missione di pace”?
Certo, moralmente ogni guerra può essere definita, con civili intenzioni, missione di pace, nel senso che intende combattere contro coloro che hanno portato guerra per tornare ad avere pace. Ma, quanto allo stato giuridico dell’essere in guerra, come osserva giustamente Guzzanti, occorre poter e dover trarre da quel fatto - se accertato e dichiarato - tutte le conseguenze. Nel nostro caso, prima di domandarci quali sono quelle conseguenze (ed è una domanda capitale, da cui tentare di estrarre una strategia di comportamento) occorre rimettere a posto le parole, altrimenti viviamo, come tutti, una situazione immensamente difficile, ma - per noi italiani - sepolta nella negazione e nella confusione. E a giorni alterni stiamo costruendo la pace (che, purtroppo, come si vede, non è possibile) e stiamo affrontando una guerra. Adesso ci viene chiesto bruscamente, da destra, di smettere di far finta di niente e di dire, insieme a loro, che siamo in guerra. Esattamente ciò che hanno detto a milioni, nelle nostre piazze, i ragazzi con la bandiera della pace, sbeffeggiati volentieri da tutti. Vi ricordate di Fini? Due anni fa, da Vice Presidente del Consiglio, disse che “la sola guerra da dichiarare è la guerra contro i pacifisti”.
Tutto questo sembra un gioco pettegolo del giornalismo ma non lo è. Lo testimonia il fatto che il grido “dobbiamo dichiarare lo stato di guerra“ viene dal leghista Calderoli, che un giorno sarà straordinaria materia prima per un teatro dei burattini (una specie di Mangiafuoco con la camicia verde), ma adesso è Ministro della Repubblica. Lui vuole quella dichiarazione insieme con il direttore del giornale Il Tempo, Bechis, per cominciare a ridurre, finalmente, tutti i diritti, cominciando da quelli di parola “e di pensiero” (Bechis ha detto proprio così sul suo giornale l’11 luglio). Dunque stiamo camminando lungo una linea pericolosa. Da un lato rischiamo le loro bombe come tutti gli altri Paesi in guerra. Dall’altro rischiamo le pulsioni liberticide nostrane. Si intravede un pericoloso asse Guzzanti-Calderoli, più o meno dove passa il sistema nervoso centrale di Forza Italia e della sua maggioranza.
Terza contraddizione. È o non è una guerra contro il Cristianesimo? Che lo sia lo sostiene enfaticamente la parte ateo-credente della destra (ormai ha deciso: mai senza Ratzinger). Che non lo sia lo dice la migliore cultura cattolica (vedi Alberto Melloni su il Corriere della sera, 12 luglio) facendo notare quanto sia vuota di verità l’affermazione secondo cui il terrorismo non è mai cristiano. Melloni ricorda la decennale lotta dell’IRA cattolica contro irlandesi e inglesi protestanti, segnata da centinaia di atti di terrorismo. L’America potrebbe ricordare che i soli atti gravi di terrorismo interno avvenuti in quel Paese prima dell’11 settembre (100 morti a Waco, Texas e 168 a Oklahoma City) sono stragi organizzate da “milizie armate cristiane” che facevano capo a un pericoloso gruppo, non si sa se dissolto, detto “Order” o “Christian Identity”. Il fatto che la domanda (è guerra anticristiana?) venga sollevata nel vuoto e nello sbandamento del dopo Wojtyla, dimostra comunque che accanto alla guerra delle bombe, a noi italiani tocca una pericolosa guerra delle parole usate a casaccio.
Dichiarare che si tratta di assalto alla Chiesa cattolica alzerebbe di molto, anche prima di una bomba, la tensione italiana e il ricatto tipico della destra. O stai con Calderoli e i suoi intenti persecutori, o sei contro la Chiesa e il Papa.
Riconosco che questa è una semplificazione brutale. Ma i tempi brutali favoriscono purtroppo le semplificazioni.
Quarta contraddizione. Un piano antiterrorismo, di cui tutti riconosciamo di avere bisogno (alcuni di noi credevano che già ci fosse), si costruisce nei dettagli (pedinando o acciuffando sospetto per sospetto, clandestino per clandestino, chiudendo frontiere come desiderano i terroristi) oppure cercando una visione di insieme che, dalla interpretazione di un fatto, ti fa risalire ad altri fatti, a nomi, organizzazioni, complici, fonti politiche e fonti finanziarie?
Giustamente Lucia Annunziata cita (La Stampa, 12 luglio) una esperta americana che dice: “Una volta che hai catturato gente sospetta, esattamente cosa ci fai? È una domanda cruciale, degna di restare nella storia di questi brutti tempi perché si situa alla biforcazione delle due strade, civiltà e tortura, diritti civili e Guantanamo.
Giustamente la giudice Forleo, quando vede un giovane extracomunitario sbattuto a terra e ammanettato da poliziotti e passanti perché sprovvisto di regolare biglietto del metrò di Milano, si getta nel gruppo, si identifica, e benché maltrattata, insiste nel difendere i diritti civili di quella persona ma anche la Costituzione del nostro Paese. Non sarebbe giusto vedere nella giudice Forleo un pezzo - piccolo, se vogliamo ma molto utile, molto efficace - di un piano contro il terrorismo?
La contraddizione si aggrava quando si susseguono senza imbarazzo prima le lodi per la regina d’Inghilterra e per il Primo Ministro Blair che garantiscono: “nessuno toccherà i diritti civili in questo Paese”. E poi una concitata invocazione di interventi restrittivi di ogni genere (”anche di pensiero”, suggerisce il direttore de Il Tempo Bechis).
Mi rendo conto che in questa lunga disamina delle contraddizioni che stanno segnando la conversazione italiana dopo Londra, non ho detto una parola sul terrorismo. Che fenomeno è, come si forma, come si alimenta, come si combatte, visto che non è uno Stato, non ha un territorio e non ha il volto del fanatico islamico che esegue, ma, più probabilmente, di ingegneri, di militari (o ex militari), di spie di doppio e di triplo gioco, di schegge di burocrazie e regolari e irregolari, di frequentatori di buone banche del mondo, di buone borghesie, di buone scuole, di buoni gruppi societari, con documenti impeccabili e nessuna ragione di vivere da clandestini?
Leggi speciali? Quali? Quelle americane sono dure dopo l’11 settembre. Ma la storia e le garanzie di opinione pubblica di quel Paese è molto diversa, molto lontana dalla tragica fragilità di un Paese ex fascista come l’Italia. Negli USA, anche adesso, prevalgono giudici come la Forleo. E i cittadini non applaudono l’arresto violento di un giovane trovato senza biglietto del metrò, neppure in queste ore, neppure adesso.
Ma, come si vede, del terrorismo e del che cosa fare per vincerlo, dobbiamo ancora cominciare a parlare.

Furio Colombo - 17-07-05 - da l'Unità




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16 luglio 2005

Ciao ciao Enrico eri un uomo vero - by Giorgio Bocca - la Repubblica

Una brutta notizia, un dolore vero. Mi dispiace, per lui e per noi, povero Berlinguer. Forse quel che mi è sempre piaciuto di lui è la sua negazione, nell'immagine e nello stile, del sovietismo più tetro. C'è una stupenda fotografia di lui a Mosca, nel '76, fra Breznev e Suslov: i due sovietici in abiti scuri, il petto coperto da medaglie, i sorrisi ottusi, enigmatici, le facce smorte del potere mummificato e lui in mezzo, in abito grigio, la cravatta male annodata, i capelli ispidi come li disegna Forattini, le spallucce gracili, un passerotto capitato fra due mastini. Sì, è stato un gran conforto negli anni passati vedere alla testa del partito comunista uno come lui, non collocabile in una fotografia di gruppo del politburo e neppure nella Nomenklatura. O forse mi è sempre piaciuto in lui ciò che lo rendeva incomprensibile o anacronistico o magari ridicolo alla nostra politica contemporanea e, in parte, ai suoi stessi compagni, la moralità.
Credo di essere fra i non molti intellettuali di questo paese che hanno vissuto gli anni del compromesso storico e della infatuazione eurocomunista come una penosa ambiguità, come una rinuncia delle culture diverse e delle classi ad assumere in modo chiaro le proprie responsabilità. Mi disturbava lo spettacolo di una borghesia trasformista passata nel giro di pochi anni dall'anticomunismo più acritico al filocomunismodi moda; ma neppure in quegli anni la moralità di Berlinguer mi è parsa artefatta o propagandistica, anche in quegli anni mi è parso di riconoscere in lui questa convinzione profonda: una politica senza etica è ben misera cosa; il progresso economico non è tutto, anzi è poca cosa se non crea dei cittadini e una civile res pubblica.
Niente di nuovo, si intende, cose già pensate e dette da Cavour o da Massimo d'Azeglio: l'Italia è fatta, restano da fare gli italiani. Ma un antico in cui riconoscevo le grandi speranze risorgimentali, resistenziali e costituzionali, della costituzione, come diceva Calamandrei, in cui si riassumeva il meglio della nazione.
Un giorno andai a un suo comizio in piazza San Giovanni e ne scrissi una cronaca che sbalordì amici e nemici: ma come, un anticomunista di ferro che d'improvviso alzava un inno al segretario del partito comunista? Proprio così, salvo l'equivoco. L'inno c'era, ma era per tutto ciò che in lui era fuori dal cliché comunistico, della routine politica e partitica, dalla volgarità populistica.
Era, se volete, un inno elitario, azionista, aristocratico, ma veramente "dal sen sfuggito", sincero: ritrovare un uomo, un concittadino padrone dei suoi gesti schivi, del suo accento scabroso e pur melodico; uno che visibilmente penava nell'offrirsi alla moltitudine imbandierata e caciaresca, che visibilmente sentiva fastidio per il notabilato compagnardo gioiosamente, solennemente stipato sul palco, Lama con la pipa e Pecchioli con il cilicio, Vetere pronto al taglio dei nastri e Tatò balia asciutta con contorno di gorilla e di tecnici del suono; ritrovare un italiano duro di quelli che in qualche modo sentono il bisogno di antitalianità che ha il paese furbesco e servile, che sanno ancora pronunciare parole come onestà, lavoro, merito, moralità senza che si pensi immediatamente a una predica o a una sceneggiata, a una farsa o a un melodramma.
Il suo fascino era la diversità: non quella tanto inseguita e mitizzata dal comunismo che rigenera il mondo, ma la più reale e radicata del vir probus, del signore vero, del non plebeo. Sì, mi piaceva vederlo nelle tribune politiche e nelle conferenze stampa protetto dalla volgarità come da uno scudo invisibile e impenetrabile; uno scudo di ritrosia e di gelo su cui le parole melense o indecenti, stupide, o perfide si frantumavano.
Fra gli amici di infanzia di Enrico Berlinguer c'è un Pietro Sanna di Sassari che ricorda: "Noi i Berlinguer li chiamavano Piringhieri, perché per noi gente del popolo un nome difficile come il loro era difficile da pronunciare.
Giovanni molto aperto e spensierato giocava a boccette, a carambola e qualche volta a carte, Enrico invece preferiva leggere". Letture faticose, un inoltrarsi tenace e sofferente per la mistica gramsciana, per il moderno Principe e poi anche gli scritti ideologici, noiosissimi. Ma da un politico e segretario del partito comunista non ci si aspetta letteratura brillante. Del resto, il suo prestigio non è mai stato affidato alle opere ma al modo di essere uomo. Un modo ammirevole.


Giorgio Bocca - da "la Repubblica - 09-06-84




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16 luglio 2005

Florence e gli altri - by Giuliana Sgrena - Il Manifesto

«Non andate in Iraq», ha detto Chirac ai giornalisti francesi. Gli ha fatto eco Fini da Roma. Le varie ambasciate, sotto pressione Usa, avevano già intimato ai giornalisti presenti a Baghdad prima dell'inizio dei bombardamenti, il 20 marzo 2003, di abbandonare il campo. L'intimazione non ha però avuto successo e la guerra è stata rappresentata, bene o male, sia da chi doveva subire il controllo del ministero dell'informazione iracheno che da chi, «embedded», era censurato dal Pentagono. L'ulteriore deterioramento della situazione irachena ha reso ancora più difficile fare informazione. I giornalisti sono ostaggio di tutti gli effetti perversi provocati dall'occupazione militare e dalla privatizzazione della guerra. L'ostilità degli iracheni verso l'occupazione si è ampliata fino a coinvolgere tutti gli stranieri: contractor, giornalisti o lavoratori umanitari. Non basta più essere francesi - per la posizione della Francia verso la guerra e l'occupazione - per avere un trattamento diverso. Del resto, quando si spaccia un intervento militare per «missione di pace» (come ha fatto il governo italiano), non si può pretendere che dall'altra parte si facciano distinzioni sottili. E purtroppo in questa spirale perversa Enzo Baldoni ha pagato di persona.

Ora anche l'esercito italiano ha «aperto» a corsi per i nostri aspiranti «embedded». Peggio: è arrivata alla camera, ed è già passata al senato, la revisione del codice penale militare che prevede l'applicazione della legge marziale nello «stato di pace» anche ai civili, giornalisti compresi, per «illecita raccolta, pubblicazione e diffusione di notizie militari». Naturalmente il riferimento immediato è alla «missione di pace» a Nassiriya.

L'informazione si è dunque militarizzata: a volte, come è successo a Falluja, è impossibile seguire quel che accade senza essere al seguito di un esercito. Ma la prospettiva resta esclusivamente militare, anche se qualche volta sfuggono immagini scioccanti come quella del marine che spara sul ferito disarmato dentro la moschea di Falluja.

Ribellarsi a questi schemi è rischioso, ma è un rischio che bisogna correre per fare informazione, per fare conoscere una realtà che altrimenti finirebbe solo nei bollettini di guerra o nei pamphlet di propaganda. Sempre di guerra.

Florance Aubenas ha sempre corso il rischio di informare: in Ruanda, Kosovo, Algeria, Afghanistan e Iraq. Anche per questo ci sentiamo al suo fianco.

Giuliana Sgrena - Dal Manifesto del 14-01-05




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"Uno nessuno centomila" di Pirandello

"Sostiene Pereira"
- di Antonio Tabucchi

the Da Vinci code - in english, il più discusso caso editoriale dell'era commercial-libraia


davvero un libro che non puoi interrompere. Bello. In inglese è ancora più gustoso. Consiglio di leggere anche "Angels and Demons". Stepitoso.




   Eccomi a Buckingham Palace

"Io, cristiano, non posso accettare l’idea che il Signore, invocato in tutte le mie preghiere come archetipo e fonte di tutte le Virtù, a cominciare dalla più cristiana di tutte, la Carità, si diverta a infliggere alle sue creature i tormenti di un’agonia senza speranza. Questa, anche se viene a ripetermela un Cardinale, o lo stesso Papa, per me è bestemmia".
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Eskimo (Francesco Guccini)
Questa domenica in Settembre
non sarebbe pesata cosi'
l'estate finiva piu' nature
vent'anni fa o giu' di li'
Con l'incoscienza dentro al basso ventre
e alcuni audaci, in tasca "l'Unita'",
la paghi tutta, e a prezzi d'inflazione,
quella che chiaman la maturita'
Ma tu non sei cambiata di molto
anche se adesso e' al vento quello che
io per vederlo ci ho impiegato tanto
filosofando pure sui perche'
Ma tu non sei cambiata di tanto
e se cos'e' un orgasmo ora lo sai
potrai capire i miei vent'anni allora
e quasi cento adesso capirai
Portavo allora un eskimo innocente
dettato solo dalla poverta'
non era la rivolta permanente
diciamo che non c'era e tanto fa
Portavo una coscienza immacolata
che tu tendevi a uccidere pero'
inutilmente ti ci sei provata
con foto di famiglia o paleto'
E quanto son cambiato da allora
e l'eskimo che conoscevi tu
lo porta addosso mio fratello ancora
e tu lo porteresti e non puoi piu'
Bisogna saper scegliere il tempo
non arrivarci per contrarieta'
tu giri adesso con le tette al vento
io ci giravo gia' vent'anni fa
Ricordi fu con te a Santa Lucia
al portico dei Servi per Natale
credevo che Bologna fosse mia
ballammo insieme all'anno o a Carnevale
Lasciammo allora tutti e due un qualcuno
che non ne fece un dramma o non lo so
ma con i miei maglioni ero a disagio
e mi pesava quel tuo paleto'
Ma avevo la rivolta fra le dita
dei soldi in tasca niente e tu lo sai
e mi pagavi il cinema stupita
e non ti era toccato farlo mai
Perche' mi amavi non l'ho mai capito
cosi' diverso da quei tuoi cliche
perche' fra i tanti, bella,
che hai colpito ti sei gettata addosso proprio a me
Infatti i fiori della prima volta
non c'erano gia' piu' nel sessantotto
scoppiava finalmente la rivolta
oppure in qualche modo mi ero rotto
Tu li aspettavi ancora ma io gia' urlavo che
Dio era morto, a monte, ma pero'
contro il sistema anch'io mi ribellavo
cioe', sognando Dylan e i provo
E Gianni ritornato da Londra
a lungo ci parlo' dell'LSD
tenne una quasi conferenza colta
sul suo viaggio di nozze stile freak
E noi non l'avevamo mai fatto
e noi che non l'avremmo fatto mai
quell'erba ci creseva tutt'attorno
per noi crescevan solo i nostri guai
Forse ci consolava far l'amore
ma precari in quel senso si era gia'
un buco da un amico, un letto a ore
su cui passava tutta la citta'
L'amore fatto alla boia d'un Giuda
e al freddo in quella stanza di altri e spoglia
vederti o non vederti tutta nuda
era un fatto di clima e non di voglia
E adesso che potremmo anche farlo
e adesso che problemi non ne ho
che nostalgia per quelli contro un muro
o dentro a un cine o li' dove si puo'
E adesso che sappiamo quasi tutto
e adesso che problemi non ne hai
che nostalgia, lo rifaremmo in piedi
scordando la moquette stile e l'Hi Fi
Diciamolo per dire, ma davvero
si ride per non piangere perche'
se penso a quella ch'eri, a quel che ero,
che compassione che ho per me e per te
Eppure a volte non mi spiacerebbe
essere quelli di quei tempi la'
sara' per aver quindic'anni in meno
o avere tutto per possibilita'
Perche' a vent'anni e' tutto ancora intero
perche' a vent'anni e' tutto chi lo sa
a vent'anni si e' stupidi davvero
quante balle si ha in testa a quell'eta'
Oppure allora si era solo noi
non c'entra o meno questa gioventu'
di discussioni, caroselli, eroi
quel ch'e' rimasto dimmelo un po' tu
E questa domenica in Settembre
se ne sta lentamente per finire
come le tante via distrattamente
a cercare di fare o di capire
Forse lo stan pensando anche gli amici
gli andati, i rassegnati, i soddisfatti,
giocando a dire che si era piu' felici
pensando a chi si e' perso o no a quei patti
Ed io che ho sempre un eskimo addosso
uguale a quello che ricorderai
io come sempre, faccio quel che posso
domani poi ci pensero' se mai
Ed io ti cantero' questa canzone
uguale a tante che gia' ti cantai
ignorala come hai ignorato le altre
e poi saran le ultime oramai

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