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ma la politica è laica oppure è incredibilmente religiosa-praticante e antica?


Repertorio


18 agosto 2005

La storia di un Presidente Operaio

Non si fanno conti in tasca (money)
a El Presidente

E' una storia già sentita (mentira)
e poi non è importante
Le lobby e gli interessi (offshore)
sono l' invenzione
Di quei giornalisti(audience)
e dell' opposizione
Non dovete usare leggi(impeachment) contro El Presidente
Le minacce di un complotto (golpe)
vanno prese serianmente
Il suo volto per la strada è sicurezza e garanzia
Di chi con i suoi uomini cammina sulla via
Del Miracolo Economico che trasmetterà
Il segno di El Presidente sulla società
El Presidente,lo sai, vede,provvede, non sbaglia mai!
El Presidente, lo sai, con la sua squadra risolve i guai!
Non potete dare colpe (alah)
a El Presidente
Per ogni problema (trust) lui è qui presente
Il nostro Presidente (caid) è uno che lavora
Con la Democrazia,(freedom)il pubblico lo adora!
Le promesse che ci ha fatto rappresentano la sfida
Di un Paese che in passato ha conosciuto la deriva
Date solo un po' di tempo per il risultato
Chi lo ha sostenuto verrà ricompensato
El Presidente,lo sai, vede,provvede,non sbaglia mai!
El Presidente,lo sai,con la sua squadra risolve i guai!
Ogni guerra è santa (war) per il suo Ideale
Ogni causa è giusta (right war) per il suo giornale
Per la tua casa nuova c'è la sua immobiliare
E la sua finanziaria per le rate da pagare
I cinema proiettano ogni film di El Presidente
Nel centro commerciale trovi il saldo conveniente
Sul campo la sua squadra di frequente è la vincente
Nei sondaggi la fiducia è consistente

El Presidente OPERAIO
El Presidente NOTAIO
El Presidente INSEGNANTE
El Presidente CANTANTE
E' ALLENATORE
E' GIOCATORE
AMBASCIATORE
IMPERATORE
El Presidente PETROLIERE
El Presidente CONSIGLIERE
El Presidente SOLDATO FILOAMERICANO
El Presidente PACIFISTA

EL PRESIDENTE KOMUNISTA !

AMA IL TUO PRESIDENTE!

Modena City Ramblers - da
angolotesti




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16 agosto 2005

Quando Radio Londra parlava italiano: anni di guerra e fame

...col progredire della guerra (correva l'anno 1944), sul suolo italiano si diradano i programmi variati e leggeri. Cresce invece a dismisura il numero di messaggi speciali, quelle comunicazioni enigmatiche e affascinanti ("il maggiore con la barba", "la gallina ha fatto l'uovo", "la vacca non da latte") destinate alle forze della resistenza. Oggi tutti conoscono le funzioni di questi messaggi: si riferivano al paracadutare di viveri, armi e uomini, a spostamenti di unità, ad operazioni belliche: ma all'epoca i messaggi erano circondati dal segreto militare più assoluto. Li consegnava in redazione una staffetta motociclistica del Ministero della Guerra; l'annunciatore aveva giusto il tempo di dare un'occhiata al lungo foglio, prima di darsi alla lettura di diecine e diecine di messaggi, con il senso di compiere una mansione di vitale importanza. I messaggi, da poco usciti da una telescrivente militare, spesso inviati da partigiani su una radio da campo, giungevano sovente a destinazione scorretti e persino incomprensibili; e il povero annunciatore doveva cercare di rimediare in qualche maniera, con l'incubo che il suo operato potesse causare una catastrofe.

da www.mclink.it 

Accendi la radio





















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16 agosto 2005

Luigi Pintor: il fondatore del manifesto, nell'harem dei migliori giornalisti di sempre

ROMA - E' morto oggi, nella sua casa di Roma, Luigi Pintor. Era nato a Roma il 18 settembre 1925, soffriva di un male incurabile del quale si era accorto un mese fa. Pintor, intellettuale eternamente critico con la "sua" sinistra, giornalista, fondatore e animatore del "manifesto", era stato anche deputato, aveva 78 anni. Fino all'ultimo lo ha assistito la moglie Isabella.

Pintor sfuggì alla condanna a morte durante la guerra di Liberazione, entrò nel Comitato centrale del Pci, fu condirettore de 'L'Unità. Poi, deputato dal 1968 al 1972.

Nel 1969 fu radiato dal Pci insieme al gruppo dei 'dissidenti' e fondò 'Il manifesto'. La sua storia si può definire quella di un comunista 'politicamente scorretto', prendendo in prestito il titolo del suo ultimo libro che racconta, criticandoli, gli anni del governo dell'Ulivo, dal 1996 al 2001.

Nato a Roma il 18 settembre 1925 da Giuseppe e da Adelaide Dore, Luigi Pintor trascorse la sua fanciullezza a Cagliari. Tornato a Roma, si avvicinò al movimento antifascista clandestino. Era il fratello minore dell'intellettuale antifascista Giaime Pintor, nato nel 1919, e che morì il 1 dicembre 1943 a causa dello scoppio di una mina nel tentativo di passare il fronte, lungo il Garigliano, davanti a Castelnuovo al Volturno.

Pintor partecipò alla guerra di liberazione nelle fila dei Gap. Arrestato dalla famigerata banda Koch, sfuggì alla condanna a morte. Poi venero gli anni del dopoguerra e del Pci. Pintor fu un dirigente di primo piano del partito e nel partito combatté una lunga serie di battaglie sempre da sinistra, su posizioni "ingraiane".

Fino al 1969, quando la sua critica, per il "centralismo democratico" del Pci di allora, divenne troppo pesante da sostenere.

Nel comitato centrale del Pci del 5 giugno del 1965, si registrò un fatto clamoroso al momento del voto: quattro componenti, tra cui Luigi Pintor, votarono contro la relazione che a nome della segreteria era stata svolta da Paolo Bufalini. La lotta tra la destra e la sinistra del partito si fece più aspra, mentre si manifestò per la prima volta in modo esplicito il dissenso.

Passarono quattro anni e Pintor fu di nuovo protagonista di una battaglia storica all'interno del Pci per la manifestazione e la libertà di dissenso nella vita del partito. L'8 febbraio 1969, in occasione del XII congresso del Pci a Bologna, Pintor, il più noto tra i delegati della sinistra, affiancato da Rossana Rossanda, Aldo Natoli e Massimo Caprara, pronunciò un vivace intervento in contrasto con la maggioranza del partito. Era l'inizio di una insanabile divergenza.

Fu Alessandro Natta in una storica riunione del Comitato centrale (25 novembre 1969) a chiedere e ottenere la radiazione dal Pci del gruppo del Manifesto. Con Pintor vennero cacciati dal Pci anche Aldo Natoli, Rossana Rossanda, Lucio Magri e Massimo Caprara. Li seguirono Valentino Parlato e Luciana Castellina. L'accusa? L'aver "cristallizzato" il dissenso in un piccolo movimento organizzato che aveva "osato" darsi anche un periodico: "Il manifesto", appunto. Un'accusa che oggi suona quasi ridicola ma che, allora, traumatizzò e divise larghi strati del Pci. Poi, il "manifesto" come partito durò relativamente poco. Nel 1987, dopo molte battaglie, rientrò di fatto nella sinistra indipendente. Come giornale, "Il manifesto" (per la prima volta in edicola il 28 aprile 1971) vive e combatte anche oggi la sua battaglia di "coscienza critica" della sinistra italiana. Pintor ne è stato il primo direttore e lo ha condotto in diverse altre occasioni alternandosi con altri membri del collettivo redazionale.

Pur non essendo uno scrittore di professione, Luigi Pintor ha sempre coltivato uno stile pungente anche negli articoli giornalistici, talvolta raffinato, e non di rado arricchito di letterarietà. E proprio nell'ultimo decennio la scrittura ha preso quasi il sopravvento nella sua attività, pubblicando diversi libri, tutti per la casa editrice Bollati Boringhieri, fondata dall'amico Giulio Bollati.

Nel 1991 ha dato alle stampe 'Servabo' in cui, utilizzando una parola di derivazione latina con il significato di conservare, ha rievocato 50 anni di vita. Nel 1998 ha pubblicato un 'romanzo' dal titolo 'La Signora Kirchgessner'; sono poi seguiti nel 2001 'Il Nespolo' e nel 2002 'Politicamente Scorretto', in cui ha riproposto cronache del quinquennio 1996-2001.

Proprio in questi giorni è uscito il suo ultimo libro: "I luoghi del delitto" in cui Pintor, nascondendosi letterariamente dietro la maschera di un archivista, affronta il tema della morte che, forse, sentiva ormai vicina. Negli ultimi anni, purtroppo, il giornalista era venuto più volte a contatto con la lacerazione della fine: soprattutto con la morte prematura di entrambi i suoi figli.

da repubblica del 17 maggio 2003




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14 agosto 2005

Sassi dal cavalcavia, cervelli in retrovia

E' stata la solita bravata, ci diranno.
E' stato qualche folle, di ribadiranno.
E' stata una disgrazia, ci ricorderanno.
E il solito credente
Dio se l'è voluto portare con sè
Per colpa di qualche deficente
Una donna senza marito accanto a sè
Sassi dal cavalcavia
Cervelli in retrovia


                               (anonimo)




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12 agosto 2005

Mai più razzismo

Testo della Legge Mancino (25/6/93, n. 205)

 
Misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa.

Articolo 1

(Discriminazione, odio o violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi)


1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, anche ai fini dell'attuazione della disposizione dell'articolo 4 della convenzione, è punito:

A) con la reclusione sino a tre anni chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o sull'odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi;

B) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.


2. È vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro attività, è punito, per il solo fatto della partecipazione o
Dell'assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni. Coloro che promuovono o dirigono tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da uno a sei anni.

1-bis. Con la sentenza di condanna per uno dei reati previsti dall'articolo 3 della legge 13 Ottobre 1975, n. 654, o per uno dei reati previsti dalla legge 9 ottobre 1967, n. 962, il tribunale può altresì disporre una o più delle seguenti sanzioni accessorie:

A) obbligo di prestare un'attività non retribuita a favore della collettività per finalità sociali o di pubblica utilità, secondo le modalità stabilite ai sensi del comma 1-ter;

B) obbligo di rientrare nella propria abitazione o in altro luogo di privata dimora entro un'ora determinata e di non uscirne prima di altra ora prefissata, per un periodo non superiore ad un anno;

C) sospensione della patente di guida, del passaporto e di documenti di identificazione validi per l'espatrio per un periodo non superiore ad un anno, nonché‚ divieto di detenzione di armi proprie di ogni genere;

D) divieto di partecipare, in qualsiasi forma, ad attività di propaganda elettorale per le elezioni politiche o amministrative successive alla condanna, e comunque per un periodo non inferiore a tre anni.

1-ter. Entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, il Ministro di Grazia e Giustizia determina, con proprio decreto, le modalità di svolgimento dell'attività non retribuita a favore della collettività di cui al comma 1-bis, lettera a).

1-quater. L'attività non retribuita a favore della collettività, da svolgersi al termine dell'espiazione della pena detentiva per un periodo massimo di dodici settimane, deve essere determinato dal giudice con modalità tali da non pregiudicare le esigenze lavorative, di studio o di reinserimento sociale del condannato.

1-quinquies. Possono costituire oggetto dell'attività non retribuita a favore della collettività: la prestazione di attività lavorativa per opere di bonifica e restauro degli edifici danneggiati, con scritte, emblemi o simboli propri o usuali delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui al comma 3 dell'articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654; lo svolgimento di lavoro a favore di organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato, quali quelle operanti nei confronti delle persone handicappate, dei tossicodipendenti, degli anziani o degli extracomunitari; la prestazione di lavoro per finalità di protezione civile, di tutela del patrimonio ambientale e culturale, e per altre finalità pubbliche individuate con il decreto di cui al comma 1-ter.

1-sexies. L'attività può essere svolta nell'ambito e a favore di struture pubbliche o di enti ed organizzazioni privati.



Articolo 2

(Disposizioni di prevenzione)


1. Chiunque, in pubbliche riunioni compia manifestazioni esteriori od ostenti emblemi o simboli propri o usuali delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui all'articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, è punito con la pena della reclusione fino a tre anni e con la multa da lire duecentomila a lire cinquecentomila.

2. È vietato l'accesso ai luoghi dove si svolgono competizioni agonistiche alle persone che vi si recano con emblemi o simboli di cui al comma 1. Il contravventore è punito con l'arresto da tre mesi ad un anno.

3. Nel caso di persone denunciate o condannate per uno dei reati previsti dall'articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, per uno dei reati previsti dalla legge 9 ottobre 1967, n. 962, o per un reato aggravato ai sensi dell'articolo 3 del presente decreto, nonché‚ di persone sottoposte a misure di prevenzione perché‚ ritenute dedite alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo la sicurezza o la tranquillità pubblica, ovvero per i motivi di cui all'articolo 18, primo comma, n. 2-bis), della legge 22 maggio 1975, n. 152, si applica la disposizione di cui all'articolo 6 della legge 13 dicembre 1989, n. 401, e il divieto di accesso, conserva efficacia per un periodo di cinque anni, salvo che venga emesso provvedimento di archiviazione, sentenza di nonluogo a procedere o di proscioglimento o provvedimento di revoca della misura di prevenzione, ovvero se è concessa la riabilitazione ai sensi dell'articolo 178 del codice penale o dell'articolo 15 della legge 3 agosto 1988, n. 327.



Articolo 3

(Circostanza aggravante)


1. Per i reati punibili con pena diversa da quella dell'ergastolo commessi per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso, ovvero al fine di agevolare l'attività di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che hanno tra i loro scopi le medesime finalità, la pena è aumentata fino alla metà.



Articolo 4

(Modifiche a disposizioni vigenti)


1. Il secondo comma dell'articolo 4 della legge 20 giugno 1952, n. 645, è sostituito dal seguente:

Alla stessa pena di cui al primo comma soggiace chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche. Se il fatto riguarda idee o metodi razzisti, la pena è della reclusione da uno a tre anni e della multa da uno a due milioni.



Articolo 5

(Perquisizioni e sequestri)


1. Quando si procede per un reato aggravato ai sensi dell'articolo 3 o per uno dei reati previsti dall'articolo 3, commi 1, lettera b), e 3, della legge 13 ottobre 1975, n. 654, e dalla legge 9 ottobre 1967, n. 962, l'autorità giudiziaria dispone la perquisizione dell'immobile rispetto al quale sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che l'autore se ne sia avvalso come luogo di riunione, di deposito o di rifugio o per altre attività comunque connesse al reato. Gli ufficiali di polizia giudiziaria, quando ricorrano motivi di particolare necessità ed urgenza che non consentano di richiedere l'autorizzazione telefonica del magistrato competente possono altresì procedere a perquisizioni dandone notizia, senza ritardo e comunque entro quarantotto ore, al procuratore della Repubblica, il quale, se ne ricorrono i presupposti, le convalida entro le successive quarantotto ore.


2. È sempre disposto il sequestro dell'immobile di cui al comma 1 quando in esso siano rinvenuti armi, munizioni, esplosivi od ordigni esplosivi o incendiari ovvero taluni degli oggetti indicati nell'articolo 4 della legge 18 aprile 1975, n. 110. È sempre disposto, altresì, il sequestro degli oggetti e degli altri materiali sopra indicati nonché‚ degli emblemi o materiali di propaganda propri o usuali di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui alle leggi 9 ottobre 1967, n. 962, e 13 ottobre 1975, n. 654, rinvenuti nell'immobile. Si osservano le disposizioni di cui agli articoli 324 e 355 del codice di procedura penale. Qualora l'immobile sia in proprietà, in godimento o in uso esclusivo a persona estranea al reato, il sequestro non può protrarsi per oltre trenta giorni.


3. Con la sentenza di condanna o con la sentenza di cui alltarticolo 444 del codice di procedura penale, il giudice, nei casi di particolare gravità, dispone la confisca dell'immobile di cui al comma 2 del presente articolo, salvo che lo stesso appartenga a persona estranea al reato. È sempre disposta la confisca degli oggetti e degli altri materiali indicati nel medesimo comma 2.



Articolo 6

(Disposizioni processuali)


1. Per i reati aggravati dalla circostanza di cui all'art. 3, comma 1, si procede in ogni caso d'ufficio.


2. Nei casi di flagranza, gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria hanno facoltà di procedere all'arresto per uno dei reati previsti dai commi quarto e quinto dell'articolo 4 della legge 18 aprile 1975, n. 110, nonché quando ricorre la circostanza di cui all'articolo 3, comma 1, del presente decreto, per uno dei reati previsti dai commi primo e secondo del medesimo articolo 4 della legge n. 110 del 1975.

2-bis. All'articolo 380, comma 2, lettera l), del codice di procedura penale, sono aggiunte, in fine, le parole: delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui all'articolo 3, comma 3, della legge 13 ottobre 1975, n. 654.


3. Per i reati aggravati dalla circostanza di cui all'articolo 3, comma 1, che non appartengono alla competenza della corte di assise è competente il tribunale.


4. Il tribunale è altresì competente per i delitti previsti dall'articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654.


5. Per i reati indicati all'articolo 5, comma 1, il pubblico ministero procede al giudizio direttissimo anche fuori dei casi previsti dall'articolo 449 del codice di procedura penale, salvo che siano necessarie speciali indagini.



Articolo 7

(Sospensione cautelativa e scioglimento)


1. Quando si procede per un reato aggravato ai sensi dell'articolo 3 o per uno dei reati previsti dall'articolo 3, commi 1, lettera b), e 3, della legge 13 ottobre 1975, n. 654, o per uno dei reati previsti dalla legge 9 ottobre 1967, n. 762, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che l'attività di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi favorisca la commissione dei medesimi reati, può essere disposta cautelativamente, ai sensi dell'articolo 3 della legge 25 gennaio 1982, n. 17, la sospensione di ogni attività associativa. La richiesta è presentata al giudice competente per il giudizio in ordine ai predetti reati. Avverso il provvedimento è ammesso ricorso ai sensi del quinto comma del medesimo articolo 3 della legge n. 17 del 1982.

2. Il provvedimento di cui al comma 1 è revocato in ogni momento quando vengono meno i presupposti indicati al medesimo comma.

3. Quando con sentenza irrevocabile sia accertato che l'attività di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi abbia favorito la commissione di taluno dei reati indicati nell'articolo 5, comma 1, il Ministro dell'interno, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, ordina con decreto lo scioglimento dell'organizzazione, associazione, movimento o gruppo e dispone la confisca dei beni. Il provvedimento è pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.



Articolo 8

(Disposizioni finali)


1. Il settimo comma dell'articolo 4 della legge 18 aprile 1975, n. 110, è abrogato.

2. Le disposizioni dei commi da 1 a 5 dell'articolo 6 si applicano solo per i fatti commessi successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto.



AMATO - MANCINO - CONSO

Visto, il Guardasigilli: CONSO

da http://xenu.com-it.net




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9 agosto 2005

Storace e l'Unità

Venerdì pomeriggio, nel corso di una concitata conferenza stampa Francesco Storace, governatore del Lazio ha detto: 1) Che quanto ha dichiarato Mario Limentani all'«Unità» su un episodio avvenuto nel'41 («Il padre di Storace mi portò nella casa del Fascio e mi picchiò...») non corrisponde al vero poichè nel '41 il padre di Storace aveva 12 anni. 2) Che in conseguenza di ciò il direttore dell'«Unità» deve dimettersi. 3) Che quindi egli, Storace, rischia la vita per colpa dell'«Unità».

Sul primo punto Storace ha diritto alle nostre scuse. Abbiamo ascoltato Mario Limentani, membro della comunità israelitica romana, detenuto nei campi di sterminio, la famiglia decimata dai nazisti, dopo che ieri mattina aveva protestato per la presenza del governatore del Lazio alle Fosse Ardeatine. Quando gli abbiamo chiesto le ragioni di questo suo atteggiamento, Limentani ha raccontato quel lontano episodio di violenza facendo il nome del padre di Storace, circostanza che poi si è rivelata infondata.

Sul secondo punto (dimissioni del direttore dell'«Unità») non tocca a Storace decidere. Però, se Storace vuole, possiamo metterci d'accordo. Il direttore dell'«Unità» è pronto a dimettersi subito se altrettanto farà il governatore del Lazio, dopo che la società Laziomatica, società al 100 per 100 controllata dalla Regione Lazio, è stata colta con le mani nel sacco nella banca dati del Campidoglio, reato per cui viene indagata dalla Procura di Roma.

Sul terzo punto («rischio la vita per colpa dell'«Unità») auguriamo naturalmente lunga vita a Storace. Tuttavia, anche se ci rendiamo conto di quanto sia difficile la sua campagna elettorale gli consigliamo di non esagerare perché è quella sua brutta frase che può rappresentare di per sé un incitamento alla violenza. Come violente e volgari sono state le parole usate dal governatore contro la nostra giornalista Luana Benini, autrice dell'intervista.

In ogni caso, poichè può essere che la tensione elettorale abbia portato la polemica un po' troppo sopra le righe invitiamo tutti a raffreddare la temperatura. Noi per la nostra parte ci impegniamo a farlo.

Antonio Padellaro - da l'Unità del 25 marzo 05




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9 agosto 2005

I giudici sono matti



Guardate questa vignetta di Staino!




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8 agosto 2005

Cosa si intende per licenziamento ingiustificato? Sull'articolo 18 (prima parte)

  • Cosa si intende per licenziamento ingiustificato?
  • In merito all'Articolo 18 e alla polemica Bertinotti-Cofferati riguardo referendum di qualche tempo, che fra le altre cose consiglio di approfondire con l'ottima analisi fatta da Giovanni Floris nel libro "Una cosa di (centro) sinistra" (Mondadori), ecco un ottimo brano per capire meglio "cosa si intende per licenziamente ingiustificato", cioè quello che il PRC e i sindacati (pur con il singhiozzo) volevano estendere anche alle aziende più piccole, con meno di 15 dipendenti...

    "L’art. 2119 c.c. disciplina sia il licenziamento sia le dimissioni senza preavviso per giusta causa, facendo riferimento al verificarsi di "una causa che non consenta la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto".

    L’art. 3, legge 15 luglio 1966, n. 604 fornisce, invece, la definizione del licenziamento con preavviso per giustificato motivo, riferendolo o a "un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali" (il cd. giustificato motivo soggettivo), ovvero a "ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa" (il cd. giustificato motivo oggettivo).

    Quindi: si definisce licenziamento ingiustificato il licenziamento privo di una motivazione reale collegata esclusivamente allo svolgimento del rapporto di lavoro (es.: lite con passaggio a vie di fatto in azienda, danneggiamento doloso di attrezzature e materiali, furto, minacce a superiore, mancanza di lavoro, ecc.). Sono pertanto escluse tutte le motivazioni di valutazione soggettiva riguardante il lavoratore (es.: fede politica o religiosa, etnia, sesso, opinioni personali, iscrizione al sindacato, adesioni a scioperi, ecc.)

    Come viene sanzionato il licenziamento ingiustificato?

    Il licenziamento "privo di giusta causa o giustificato motivo" (cioè ingiustificato) viene oggi sanzionato diversamente a seconda delle dimensioni occupazionali del datore di lavoro:

    Datori di lavoro con più di 15 dipendenti nell'unità produttiva (o più di 5 dipendenti se impresa agricola)

    Datori di lavoro con più di 15 dipendenti nel territorio comunale (o più di 5 se impresa agricola) a prescindere dal numero dei dipendenti nelle singole unità produttive

    Datori di lavoro con più di 60 dipendenti in ambito nazionale a prescindere al numero dei dipendenti nelle singole unità produttive

    Oggi è previsto che se il Giudice del Lavoro riconosce l'illegittimità del licenziamento, con sentenza ordina all'imprenditore:
    di reintegrare il lavoratore nel suo posto di lavoro
    di risarcirlo corrispondendogli tutte le retribuzioni dal giorno del licenziamento sino al giorno della effettiva reintegrazione al lavoro, compreso il versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali (in ogni caso il risarcimento non potrà essere inferiore a 5 mensilità di retribuzione)


    Inoltre, fermo restando il diritto al risarcimento del danno sopra indicato (tutte le retribuzioni dovute dal momento del licenziamento al reintegro al lavoro, e comunque un minimo di 5 mensilità), il lavoratore ha la facoltà di chiedere al datore di lavoro in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, una indennità pari a 15 mensilità di retribuzione globale di fatto (quindi compresa la 13ma, 14ma, TFR).

     °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

    Per i dipendenti di datori di lavoro che nelle singole unità produttive, o nel totale di più unità dello stesso comune, non raggiungano i 16 addetti (oppure i 6, se impresa agricola) e che abbiano, nel totale delle unità produttive suddivise in più comuni, più di 15 dipendenti e meno di 60 in totale, è' il datore di lavoro che può scegliere fra la riassunzione del lavoratore o la corresponsione di un risarcimento del danno

                                                                   °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

    Per i datori di lavoro con meno di 16 dipendenti il risarcimento economico a loro carico può variare da 2,5 a 6 mensilità di retribuzione globale di fatto

    Per i datori di lavoro che abbiano più di 15 dipendenti la misura del risarcimento è rapportata all'anzianità del lavoratore in azienda, ed è la seguente:

    Fino a 10 anni da 2.5 a 6 mensilità di retribuzione
    Da 10 a 20 anni da 2,5 a 10 mensilità di retribuzione
    Oltre 20 anni da 2,5 a 14 mensilità di retribuzione
    "

    materiale tratto da www.cgiltoscana.it


    manifesto PRC per il referendum Art.18





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    8 agosto 2005

    La vignetta di Staino su Berlusconi

    La strepitosa vignetta di Sergio Staino su l'Unità di oggi. La sua storia artistica è molto legata al giornale diretto oggi da Padellaro, ieri da Colombo, nel recente passato da Macaluso e Veltroni: ogni mattina la prima pagina del giornale dei DS ci accompagna con le sue vignette che, a mio avviso, valgono già l'euro che l'edicolante ci chiede per averlo.




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    8 agosto 2005

    Tutti i sogni non innocenti

    I sogni apparentemente innocente innocenti si rivelano essere l'opposto quando si prende la cura di interpretarli. Si potrebbe dire che sono lupi in veste d'agnelli.

    Sigmud Freud, Aforismi e pensieri

    M'è tornata in mente in questi giorni, e la trovo ancora pazzesca.


    (foto alsergrund.net)




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    2 agosto 2005

    And I'd give up forever to touch you Cause I know that you feel me somehow

    And I'd give up forever to touch you
    Cause I know that you feel me somehow
    You're the closest to heaven that I'll ever be
    And I don't want to go home right now
    Verse 2

    And all I can taste is this moment
    And all I can breathe is your life
    Cause sooner or later it's over
    I just don't want to miss you tonight

    Chorus

    And I don't want the world to see me
    Cause I don't think that they'd understand
    When everything's made to be broken
    I just want you to know who I am
    Verse 3

    And you can't fight the tears that ain't coming
    Or the moment of truth in your lies
    When everything seems like the movies
    Yeah you bleed just to know your alive


    Chorus

    And I don't want the world to see me
    Cause I don't think that they'd understand
    When everything's made to be broken
    I just want you to know who I am
    Chorus

    I don't want the world to see me
    Cause I don't think that they'd understand
    When everything's made to be broken
    I just want you to know who I am

    I just want you to know who I am
    I just want you to know who I am
    I just want you to know who I am
    I just want you to know who I am

    Go go dolls - Iris
    (thank's to
    www.lyrics007.com)




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    2 agosto 2005

    Qualcuno era comunista perchè Berlinguer ...

    "Qualcuno era comunista perchè Berlinguer era una brava persona"
    Giorgio Gaber - Qualcuno era comunista

     
    Enrico Berlinguer - ex segretario del Partito Comunista Italiano
    foto tratta da www.marxists.org




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    30 luglio 2005

    Dio è morto

    (F. Guccini)



    Ho visto
    la gente della mia età andare via
    lungo le strade che non portano mai a niente
    cercare il sogno che conduce alla pazzia
    nella ricerca di qualcosa che non trovano
    nel mondo che hanno già
    dentro le notti che dal vino son bagnate
    dentro le stanze da pastiglie trasformate
    dentro le nuvole di fumo
    nel mondo fatto di città
    essendo contro ed ingoiare
    la nostra stanca civiltà.
    È un Dio che è morto
    ai bordi delle strade, Dio è morto
    nelle auto prese a rate, Dio è morto
    nei miti dell'estate, Dio è morto.

    M'han detto
    che questa mia generazione ormai non crede
    in ciò che spesso han mascherato con la fede
    nei miti eterni della patria e dell'eroe
    perché è venuto ormai il momento di negare
    tutto ciò che è falsità
    le fedi fatti di abitudini e paura
    una politica che è solo far carriera
    il perbenismo interessato
    la dignità fatta di vuoto
    l'ipocrisia di chi sta sempre
    con la ragione e mai col torto.
    È un Dio che è morto
    nei campi di sterminio, Dio è morto
    coi miti della razza, Dio è morto
    con gli odi di partito, Dio è morto.

    Io penso
    che questa mia generazione è preparata
    a un mondo nuovo e a una speranza appena nata
    ad un futuro che ha già in mano,
    a una rivolta senza armi
    perché noi tutti ormai sappiamo
    che se Dio muore è per tre giorni
    e poi risorge.
    In ciò che noi crediamo Dio è risorto,
    in ciò che noi vogliamo Dio è risorto,
    nel mondo che faremo Dio è risorto!




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    21 luglio 2005

    Questo partito è la mia casa -by Darwin Pastorin - da Liberazione

    Non potrei vivere senza i sogni, senza le passioni. Anche adesso, alle soglie dei cinquant'anni. Conto ancora le nuvole, seguo il buffo andirivieni dell'aquilone con mio figlio Santiago, credo nella possibilità di un mondo migliore. Dentro di me, come per Platone e Pascoli, vive un «fanciullino». E questo «fanciullino» è capace di stupirsi, indignarsi, commuoversi. Di rifiutare le situazioni di comodo, le ragioni dei più forti, la morale di chi è senza morale, di chi pensa al guadagno facile e non sa guardarsi al fianco, dove c'è un povero che allunga la mano, un bambino che chiede un pezzo di pane, un anziano solo. Faccio parte, con orgoglio, del Partito della Sinistra Europea perché, da sempre, ho imparato a guardarmi attorno. Perché credo nei progetti politici, sociali e culturali di Fausto Bertinotti. Perché il cammino è difficile, ma non impossibile.

    Guardarsi attorno. Ho cominciato a farlo da bambino, a San Paolo del Brasile. In quella Rua Nossa Senhora da Lourdes che per me è, nella memoria, nel mito, nella consolazione, come la Rua dos Douradores di Bernardo Soares/Fernando Pessoa («Penso a volte che non uscirò mai da questa Rua dos Douradores. E se lo scrivo, mi sembra l'eternità»). Lì, io, figlio di emigranti veronesi, giocavo con coetanei ebrei, mulatti, polacchi, coreani. Inseguivamo la vita, consapevoli, fin da quel tempo, delle fatiche dei nostri padri e delle nostre madri. Stavamo bene insieme, in quella moltitudine di lingue, dialetti, speranze. Ringrazio il Brasile per avermi insegnato che il razzismo è una vergogna.

    I miei genitori tornarono in Italia nel '61. Non più Verona, ma Torino. La Torino dell'effimero chiamato Boom Economico. «Venite, venite signori alla fiera del lavoro, posti per tutti, case per tutti!». Quanti imbonitori, quante illusioni. Cottimisti, non ottimisti. Potevi fare il bagno al Po, ma in fabbrica ti rubavano l'anima, ti contavano il respiro e il sudore. Mi guardavo attorno, e vedevo la sofferenza degli operai. Torino non era più la gozzaniana «piccola Parigi», la città dalle «dritte vie corrusche di rotaie», ma una città che guardava scorrere la vita dallo spioncino della porta. Oggi, per fortuna, le cose sono cambiate. Torino è multirazziale, Torino ha tolto le catene, ha spalancato le fineste sull'universo. Ma quanta fatica, quanti dolori! Il mio maestro di letteratura e di vita, Giovanni Arpino (rileggete, per favore, rileggete «La suora giovane», uno dei più bei romanzi del nostro Novecento), mi disse, in tempi non sospetti: «Torino ha la sua salvezza nell'essere una città operaia».

    Il mio impatto con la politica fu terribile, violento. Primo anno di liceo, via Juvarra. Primo sbadiglio dell'autunno. Primo giorno di scuola. Mancavano pochi minuti all'inizio delle lezioni. Quando arrivò quell'urlo, lacerante: «Arrivano i fascisti, arrivano i fascisti!». Ricordo quel colosso, con lo scalpello in mano, la faccia dura, crudele. Il colpo sulla testa di un compagno dell'ultimo anno. La testa che zampillava sangue. Io lì, con i miei quattordici anni. Con il mio orrore. Decisi subito da che parte stare. Dalla parte di chi subisce colpi alla testa, viene aggredito, ferito. Il giorno dopo, c'erano soltanto bandiere rosse. Il terzo giorno, il liceo venne occupato. Assemblea, sciopero, corteo interno. Cominciai a leggere testi sul comunismo. Le lettere di Gramsci. Il "manifesto" di Marx ed Engels. La storia del Pci. Continuavo, nel contempo, a disprezzare il socialismo reale, quei carrarmati a Praga, le fiamme che spensero l'urlo di Jan Palach. Il mio comunismo era il comunismo di Che Guevara, un comunismo nobile, rivoluzionario, che non sapeva perdere la tenerezza. La mia era, comunque, nell'ideale, una rivoluzione senza le armi. La rivoluzione del dialogo. Oggi, nella rinnovata consapevolezza, mi riconosco in Bertinotti, il mio Virgilio, e nel presidente brasiliano Lula. Già, che bella la vicenda umana e politica di questo operaio pernambucano!

    Mi dicono: non ti vergogni ad essere comunista? Rispondo, con un sorriso, «no, non mi vergogno». Proprio per quella mia idea di comunismo: l'utopia da realizzare, una società senza più poveri, senza più sfruttati, senza più bambini in mezzo alla strada. Una rifondazione del comunismo. Che deve prendere le distanze, una volta per sempre, senza se e senza ma, dagli errori che, nel nome di un ideale giusto, sono stati compiuti in passato.

    Faccio parte della Sinistra Europea perché i progetti sono chiari, rivolti agli "altri". Perché non dobbiamo smettere di guardarci attorno. Di seguire gli aquiloni.

    Ho fatto per tanti anni l'inviato speciale. Per un quotidiano sportivo. Giravo il mondo dietro a un pallone. Ma non mi bastavano alberghi e stadi. Consumavo le scarpe, andando in giro per piazze, strade, anfratti. E ho incontrato, abbracciato tante, troppe solitudini. Ho raccolto parole disperate, lacrime di un passato sempre presente. I giorni a Santiago del Cile, ad esempio: il racconto dei testimoni, dei sopravvissuti di quell'11 settembre 1973, quando un massacratore di generazioni di nome Augusto Pinochet spezzò, con la violenza e la morte, i fiori di Unidad Popular, di Salvador Allende, di un socialismo dal volto decisamente umano. Poi, le madri di Plaza de Mayo. Quelle madri che non smetteranno mai di camminare. Di denunciare, di attendere. A ogni loro passo, ritorna una ferita. Un ragazzo lanciato vivo da un elicottero nell'oceano, una ragazza violentata, fatta partorire, il figlio venduto, infine uccisa. A ogni loro passo, ritornano quelle notti nere. I mitra, le case violate, la gente fatta sparire. 1978, il mundial della vergogna. Ha scritto Eduardo Galeano: «Al suono di una marcia militare, il generale Videla decorò Havelange durante la cerimonia di inaugurazione nello stadio Monumental di Buenos Aires. A pochi passi da lì era in pieno funzionamento la Auschwitz argentina, il centro di tortura e di sterminio della Scuola di Meccanica dell'Esercito. «Finalmente il mondo può vedere l'immagine vera dell'Argentina», annunciò il presidente della Fifa davanti alle telecamere delle televisioni. Henry Kissinger, ospite d'onore, annunciò: «Questo paese ha un grande futuro, a tutti i livelli». E il capitano della squadra tedesca Berti Vogts, che diede il calcio d'inizio, dichiarò qualche giorno più tardi: «L'Argentina è un paese nel quale regna l'ordine. Io non ho visto nessun prigioniero politico». E questa colonna infame potrebbe continuare all'infinito.

    Il Partito della Sinistra Europea è la mia casa. Una casa senza porte e senza finestre, una casa aperta a chi crede nei sogni, a chi sa guardarsi attorno. Una casa di bella gente e di belle letture, di belle energie e di belle idee. Una casa che porta a tante altre case. Case di suoni, di colori, dove tutti si abbracciano e sono felici.

    Darwin Pastorin - 08-05-05 - da Liberazione




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    18 luglio 2005

    Il falso scoop di Telepadania - by Gian Antonio Stella - dal Corriere

    «Su TelePadania, e solo lì, questa settimana passano le immagini di decine di extracomunitari che in una piazza di una città italiana brindano e ballano per festeggiare l’attentato di Londra», scrive furente sulla Padania Roberto Castelli. «Sono contenti, evidentemente perché un po’ di cani infedeli sono stati fatti a pezzi. Per queste immagini si indignano solo gli uomini della Lega. Per gli altri media, tutti gli altri, la notizia non esiste neppure».
    Verissimo, signor ministro: infatti si tratta di una bufala. Padana, ma bufala. Sia chiaro: con l’aria che tira una manifestazione di esultanza per le bombe di Londra dovrebbe essere repressa con la massima durezza. Chi istiga a delinquere va colpito senza pietà, l’acqua torbida in cui nuota il pesce terrorista va prosciugata e il Corriere, al contrario di quanto scrive il Guardasigilli, ha sempre avuto su questi temi posizioni nette: niente indulgenze.
    Detto questo, con l’aria che tira, è bene inquadrare i nemici senza sollevare polveroni. Anche Winston Churchill, dopo la dichiarazione di guerra mussoliniana, disse degli italiani immigrati: «Acciuffateli tutti». E finirono in galera, per poi morire sull’«Arandora Star» affondata dai tedeschi, mentre venivano avviati a un campo di prigionia canadese, anche esuli anti-fascisti come Decio Anzani ed ebrei rifugiatisi in Inghilterra dopo le leggi razziali come Umberto Limentani. Guai a fare di ogni erba un fascio. Tanto più se fai il ministro. Più il nemico è insidioso, più devi pesare le parole.
    Ma partiamo dall’inizio. Siamo a Cento, un paesotto tra Ferrara e Bologna. È venerdì 8 luglio. Un uomo racconta a un cronista del quotidiano regionale: «Mentre l’Inghilterra piange e l’Italia trema, qualcuno giovedi sera ha ballato. Vedere quella scena mi ha fatto male al cuore. Era mezzanotte e nel piazzale dell'autostazione una decina di extracomunitari si abbracciavano e ballavano. Mi sono fermato per capire: mi hanno detto, con il sorriso, di starmene buono, che tra poco comanderanno loro e che la loro era una danza in onore dei kamikaze».
    Il teste si chiama Erminio Gamberini, è un omone grande e grosso sulla sessantina, fa l’artigiano e a Cento lo conoscono tutti. Fanatico del body- building, racconta d’essere «amico di Schwarzenegger», di non essere mai andato a trovarlo a Los Angeles «per paura dell’aereo» e di essere culo e camicia anche con Lou Ferrigno, l’«Incredibile Hulk». Ignoto o quasi ai parroci della zona, è però un crociato del crocifisso, che minacciò tempo fa di affiggere in tutte le scuole: «Li ho fatti fare apposta ». Nemico giurato degli immigrati, gira con un basco e un manganello e al Corriere si presenta così: «Sono il capo dei Guardian Angels». Al giornale regionale, conoscendolo, non lo prendono troppo sul serio. Ma il giorno dopo le bombe di Londra, con tutte le polemiche in corso...
    Fatto sta che la notizia, troppo ghiotta, esce: «Un testimone di Cento racconta così il suo personale incontro con l’orrore». I carabinieri fanno un salto sulla sedia: ma come, un ballo in piazza per festeggiare le bombe di Londra? Aprono un’inchiesta, ascoltano la gente che vive in zona, si fanno raccontare i fatti dall’autore della denuncia. E giungono alla conclusione che, minimo minimo, la notizia è stata, diciamo così, molto gonfiata.
    Il quotidiano locale concorrente fa un’inchiesta parallela. Parla coi vicini: niente. Parla con la donna, Paola Ortensi, che gestisce il bar della Stazione: nonostante abbia buoni motivi per lamentarsi di certi gruppetti di immigrati che battono la zona, dice che, spiacente, anche lei non ne sa nulla. Parla con gli esponenti più in vista della comunità straniera e quelli non solo cadono dalle nuvole ma condannano durissimi la carneficina londinese.
    Il Comune stesso, retto da una giunta civica, si dà da fare per accertare i fatti e fa un comunicato per spiegare che, al massimo, si è trattato di un equivoco tra un cittadino esasperato e «quattro ubriachi». Anche il parroco Alfredo Pizzi, che sta a Cento da 45 anni e conosce sia l’Erminio sia moltissimi extracomunitari, non ha dubbi: «È un fatto che non ha fondamento ».
    Ma come la fermi un’onda ormai partita? Mario Borghezio, raccolti un po’ di giustizieri, si precipita «per dare una ripulita a Cento». E TelePadania manda in onda indignati servizi che raccontano del ballo per le bombe di Londra e mostrano le immagini di uomini dalla faccia araba che danzano isterici davanti alle telecamere. «Immagini da vomitare! Vomitare!» tuona col Corriere Roberto Calderoli. «Agghiaccianti» concorda Roberto Castelli nel suo articolo sulla Padania di ieri. Il «dramma italiano» spiega «è tutto qui»: nel fatto che «le immagini di decine di extracomunitari che in una piazza di una città italiana brindano e ballano per festeggiare l’attentato di Londra» si vedano solo su Telepadania e «indignano solo gli uomini della Lega». Altro che «i buonisti, i masso-comunisti, i catto-musulmani »! Tutti ciechi: guardano la realtà con «deformanti lenti ideologiche».
    Nel frattempo, resta quella curiosità: cos’è successo esattamente, a Cento? «Acqua passata» risponde rude il sedicente amico di Schwarzenegger. Acqua passata? Coi corpi delle vittime di Londra ancora caldi? «È andata come dico io, e basta». E come mai non si trova un solo altro testimone? «Perché hanno tutti paura degli islamici ».Maalmeno i cameramen di «TelePadania »! Almeno loro che riprendevano la scena potrebbero parlare! «Io non ho visto telecamere».
    Prego? «Son venute per il corteo leghista. Ma la sera, lì, non le ho viste. Ovvio! Come potevano venire le telecamere, no? Ragioni! Lei fa il giornalista: ragioni!». Appunto: se c’era solo l’Erminio, come hanno fatto quelli di «TelePadania» a riprendere tutto? «Filmati? Ma quali filmati!» sbuffa Annalisa Bregoli, il sindaco alla guida di una giunta civica vicina alla destra: «Lo conosciamo l’uomo. È uno così. Che gira col manganello per provocare reazioni». Vuol dire che forse cercava la rissa e qualche ubriaco gli ha risposto con una battuta idiota? «Può essere. Certo noi qui non abbiamoproblemi particolari con gli immigrati. E, se lo dico io che non sono di sinistra e neanche buonista, mi può credere ».
    Ma insomma: quei filmati? Max Ferrari, il direttore di «TelePadania», sbanda un po’: «Noi la notizia abbiamo cercato di accertarla. E ci siamo convinti che era buona. Certo, i filmati non potevamo averli ». E allora? Cede all’onestà: «Ci siamo arrangiati con immagini di repertorio, girate da un’altra parte dopo l’11 settembre». Roba d’archivio. Montata in modo tale da confondere non solo la gente comune che stava davanti alla tivù, ma anche due uomini di governo come Calderoli e Castelli che, diciamolo, si sono lasciati un po’ andare. Come potevano dubitare di «TelePadania»? E pensare che di solito sono così sobri e prudenti...

    Gian Antonio Stella - 18-07-05 - dal Corriere della Sera (prima pagina)




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    18 luglio 2005

    Quale pace quale guerra - by Furio Colombo (ex direttore Unità)

    C’è intorno a noi cittadini un gran traffico di parole, dopo il tremendo evento di Londra, una sorta di grande esodo dai percorsi addolorati e pieni di orgoglio e di dignità che erano seguiti al settembre americano e al marzo spagnolo. È vero, il fenomeno di maxi-discussione a vuoto sta deflagrando sopratutto in Italia, vuoi a causa del pericolo che tutti temiamo, vuoi a causa del clima di confusione che è sempre stato tipico del governo, della maggioranza e dei commentatori di osservanza berlusconiana (con la sola eccezione del ministro Pisanu). Ci troviamo di fronte a un intrico di contraddizioni che a volte si susseguono, una dopo l’altra, nella stessa argomentazione rendendo impossibile un punto di approdo logico e, sopratutto, impedendo di contribuire con proposte utili. Vediamo.
    Prima contraddizione. Di un evento spaventoso come quello di Londra (un “black out” e due morti, all’inizio; 40 morti prima di sera, ottanta a metà settimana e alla fine ancora non sappiamo) si deve parlare o si deve far finta di niente? Avrebbe il mondo preso coscienza della svolta brutale avvenuta nella storia con l’attacco alle torri di Manhattan se quelle torri fossero state più basse, e fosse stato possibile coprirle di teloni e vantare il comportamento “compassato” di cittadini invisibili, dopo l’11 settembre?
    È evidente che la felpata strategia inglese, del silenzio quasi perfetto, delle ambulanze senza sirene, dei poliziotti che si muovono lenti e parlano solo a voce bassa davanti alle telecamere delle TV che si adeguano (compresi i mille giornalisti “free-lance” che non dipendono dalla BBC e tutti concordano, che, a differenza dell’America e a differenza della Spagna, qui, come in Iraq, non si deve vedere nulla) è stata preparata in anticipo e con molta cura, fino ai dettagli. Avranno informato gli alleati di questo nuovo corso del silenzio? Questo corso è mai stato utilizzato da una democrazia in passato? Certo, è possibile che sia utile, il dibattito è aperto.
    Ma tanti di noi hanno paragonato il coraggioso e calmo temperamento inglese del 7 luglio (che forse invece è il risultato di una attentissima regia di controllo delle notizie) con la eroica risposta di un’altra generazione di inglesi, ai selvaggi bombardamenti tedeschi del 1940 e del 1942. Perché lo abbiamo fatto? Perché (anche i più giovani di noi) quei bombardamenti li abbiamo visti in centinaia di documenti visivi prodotti dai cinegiornali e dal governo inglese, per mostrarli agli inglesi, mentre la tragedia stava avvenendo, per informarli, motivarli e unirli. Sapere tutto era la politica anti-fascista del tempo in una spaventosa guerra in cui hanno perduto coloro che non sapevano nulla, che conoscevano solo la propaganda. Qualcosa è cambiato? Quando? Qualcuno vorrà parlarcene?
    Seconda contraddizione. È guerra o non è guerra? Accettiamo il fatto umiliante che questa contraddizione sia esclusivamente italiana, di una tradizione culturale in cui le parole non sempre corrispondono alla realtà. Il fatto è che lo stesso quotidiano che ha colto ogni opportunità per inveire contro la sinistra italiana quando diceva «questa è guerra», ripeteva con vigore e tenacia che l’Italia si era imbarcata in una missione di pace, e dava del traditore a chiunque osasse dire che, no, eravamo parte di una guerra e che di guerra occorreva discutere in Parlamento, quello stesso quotidiano il giorno 12 luglio ha pubblicato in prima pagina un articolo di Paolo Guzzanti (« Una guerra da vincere») che dice con sincera passione: “È una guerra. È una guerra che l’America prima, e poi l’Europa subiscono, di cui sanguinano e che sono costretti a combattere e a vincere. Quando un Paese si trova di fatto in stato di guerra, di questo si deve tenere conto anche dal punto di vista giuridico”. Ha ragione. Ricordate le proteste indignate di congiunti dei caduti di Nassiriya che facevano sapere di non poter ricevere “il trattamento di guerra” per i loro cari perduti in combattimento perché la spedizione italiana risultava listata come “missione di pace”?
    Certo, moralmente ogni guerra può essere definita, con civili intenzioni, missione di pace, nel senso che intende combattere contro coloro che hanno portato guerra per tornare ad avere pace. Ma, quanto allo stato giuridico dell’essere in guerra, come osserva giustamente Guzzanti, occorre poter e dover trarre da quel fatto - se accertato e dichiarato - tutte le conseguenze. Nel nostro caso, prima di domandarci quali sono quelle conseguenze (ed è una domanda capitale, da cui tentare di estrarre una strategia di comportamento) occorre rimettere a posto le parole, altrimenti viviamo, come tutti, una situazione immensamente difficile, ma - per noi italiani - sepolta nella negazione e nella confusione. E a giorni alterni stiamo costruendo la pace (che, purtroppo, come si vede, non è possibile) e stiamo affrontando una guerra. Adesso ci viene chiesto bruscamente, da destra, di smettere di far finta di niente e di dire, insieme a loro, che siamo in guerra. Esattamente ciò che hanno detto a milioni, nelle nostre piazze, i ragazzi con la bandiera della pace, sbeffeggiati volentieri da tutti. Vi ricordate di Fini? Due anni fa, da Vice Presidente del Consiglio, disse che “la sola guerra da dichiarare è la guerra contro i pacifisti”.
    Tutto questo sembra un gioco pettegolo del giornalismo ma non lo è. Lo testimonia il fatto che il grido “dobbiamo dichiarare lo stato di guerra“ viene dal leghista Calderoli, che un giorno sarà straordinaria materia prima per un teatro dei burattini (una specie di Mangiafuoco con la camicia verde), ma adesso è Ministro della Repubblica. Lui vuole quella dichiarazione insieme con il direttore del giornale Il Tempo, Bechis, per cominciare a ridurre, finalmente, tutti i diritti, cominciando da quelli di parola “e di pensiero” (Bechis ha detto proprio così sul suo giornale l’11 luglio). Dunque stiamo camminando lungo una linea pericolosa. Da un lato rischiamo le loro bombe come tutti gli altri Paesi in guerra. Dall’altro rischiamo le pulsioni liberticide nostrane. Si intravede un pericoloso asse Guzzanti-Calderoli, più o meno dove passa il sistema nervoso centrale di Forza Italia e della sua maggioranza.
    Terza contraddizione. È o non è una guerra contro il Cristianesimo? Che lo sia lo sostiene enfaticamente la parte ateo-credente della destra (ormai ha deciso: mai senza Ratzinger). Che non lo sia lo dice la migliore cultura cattolica (vedi Alberto Melloni su il Corriere della sera, 12 luglio) facendo notare quanto sia vuota di verità l’affermazione secondo cui il terrorismo non è mai cristiano. Melloni ricorda la decennale lotta dell’IRA cattolica contro irlandesi e inglesi protestanti, segnata da centinaia di atti di terrorismo. L’America potrebbe ricordare che i soli atti gravi di terrorismo interno avvenuti in quel Paese prima dell’11 settembre (100 morti a Waco, Texas e 168 a Oklahoma City) sono stragi organizzate da “milizie armate cristiane” che facevano capo a un pericoloso gruppo, non si sa se dissolto, detto “Order” o “Christian Identity”. Il fatto che la domanda (è guerra anticristiana?) venga sollevata nel vuoto e nello sbandamento del dopo Wojtyla, dimostra comunque che accanto alla guerra delle bombe, a noi italiani tocca una pericolosa guerra delle parole usate a casaccio.
    Dichiarare che si tratta di assalto alla Chiesa cattolica alzerebbe di molto, anche prima di una bomba, la tensione italiana e il ricatto tipico della destra. O stai con Calderoli e i suoi intenti persecutori, o sei contro la Chiesa e il Papa.
    Riconosco che questa è una semplificazione brutale. Ma i tempi brutali favoriscono purtroppo le semplificazioni.
    Quarta contraddizione. Un piano antiterrorismo, di cui tutti riconosciamo di avere bisogno (alcuni di noi credevano che già ci fosse), si costruisce nei dettagli (pedinando o acciuffando sospetto per sospetto, clandestino per clandestino, chiudendo frontiere come desiderano i terroristi) oppure cercando una visione di insieme che, dalla interpretazione di un fatto, ti fa risalire ad altri fatti, a nomi, organizzazioni, complici, fonti politiche e fonti finanziarie?
    Giustamente Lucia Annunziata cita (La Stampa, 12 luglio) una esperta americana che dice: “Una volta che hai catturato gente sospetta, esattamente cosa ci fai? È una domanda cruciale, degna di restare nella storia di questi brutti tempi perché si situa alla biforcazione delle due strade, civiltà e tortura, diritti civili e Guantanamo.
    Giustamente la giudice Forleo, quando vede un giovane extracomunitario sbattuto a terra e ammanettato da poliziotti e passanti perché sprovvisto di regolare biglietto del metrò di Milano, si getta nel gruppo, si identifica, e benché maltrattata, insiste nel difendere i diritti civili di quella persona ma anche la Costituzione del nostro Paese. Non sarebbe giusto vedere nella giudice Forleo un pezzo - piccolo, se vogliamo ma molto utile, molto efficace - di un piano contro il terrorismo?
    La contraddizione si aggrava quando si susseguono senza imbarazzo prima le lodi per la regina d’Inghilterra e per il Primo Ministro Blair che garantiscono: “nessuno toccherà i diritti civili in questo Paese”. E poi una concitata invocazione di interventi restrittivi di ogni genere (”anche di pensiero”, suggerisce il direttore de Il Tempo Bechis).
    Mi rendo conto che in questa lunga disamina delle contraddizioni che stanno segnando la conversazione italiana dopo Londra, non ho detto una parola sul terrorismo. Che fenomeno è, come si forma, come si alimenta, come si combatte, visto che non è uno Stato, non ha un territorio e non ha il volto del fanatico islamico che esegue, ma, più probabilmente, di ingegneri, di militari (o ex militari), di spie di doppio e di triplo gioco, di schegge di burocrazie e regolari e irregolari, di frequentatori di buone banche del mondo, di buone borghesie, di buone scuole, di buoni gruppi societari, con documenti impeccabili e nessuna ragione di vivere da clandestini?
    Leggi speciali? Quali? Quelle americane sono dure dopo l’11 settembre. Ma la storia e le garanzie di opinione pubblica di quel Paese è molto diversa, molto lontana dalla tragica fragilità di un Paese ex fascista come l’Italia. Negli USA, anche adesso, prevalgono giudici come la Forleo. E i cittadini non applaudono l’arresto violento di un giovane trovato senza biglietto del metrò, neppure in queste ore, neppure adesso.
    Ma, come si vede, del terrorismo e del che cosa fare per vincerlo, dobbiamo ancora cominciare a parlare.

    Furio Colombo - 17-07-05 - da l'Unità




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    16 luglio 2005

    Ciao ciao Enrico eri un uomo vero - by Giorgio Bocca - la Repubblica

    Una brutta notizia, un dolore vero. Mi dispiace, per lui e per noi, povero Berlinguer. Forse quel che mi è sempre piaciuto di lui è la sua negazione, nell'immagine e nello stile, del sovietismo più tetro. C'è una stupenda fotografia di lui a Mosca, nel '76, fra Breznev e Suslov: i due sovietici in abiti scuri, il petto coperto da medaglie, i sorrisi ottusi, enigmatici, le facce smorte del potere mummificato e lui in mezzo, in abito grigio, la cravatta male annodata, i capelli ispidi come li disegna Forattini, le spallucce gracili, un passerotto capitato fra due mastini. Sì, è stato un gran conforto negli anni passati vedere alla testa del partito comunista uno come lui, non collocabile in una fotografia di gruppo del politburo e neppure nella Nomenklatura. O forse mi è sempre piaciuto in lui ciò che lo rendeva incomprensibile o anacronistico o magari ridicolo alla nostra politica contemporanea e, in parte, ai suoi stessi compagni, la moralità.
    Credo di essere fra i non molti intellettuali di questo paese che hanno vissuto gli anni del compromesso storico e della infatuazione eurocomunista come una penosa ambiguità, come una rinuncia delle culture diverse e delle classi ad assumere in modo chiaro le proprie responsabilità. Mi disturbava lo spettacolo di una borghesia trasformista passata nel giro di pochi anni dall'anticomunismo più acritico al filocomunismodi moda; ma neppure in quegli anni la moralità di Berlinguer mi è parsa artefatta o propagandistica, anche in quegli anni mi è parso di riconoscere in lui questa convinzione profonda: una politica senza etica è ben misera cosa; il progresso economico non è tutto, anzi è poca cosa se non crea dei cittadini e una civile res pubblica.
    Niente di nuovo, si intende, cose già pensate e dette da Cavour o da Massimo d'Azeglio: l'Italia è fatta, restano da fare gli italiani. Ma un antico in cui riconoscevo le grandi speranze risorgimentali, resistenziali e costituzionali, della costituzione, come diceva Calamandrei, in cui si riassumeva il meglio della nazione.
    Un giorno andai a un suo comizio in piazza San Giovanni e ne scrissi una cronaca che sbalordì amici e nemici: ma come, un anticomunista di ferro che d'improvviso alzava un inno al segretario del partito comunista? Proprio così, salvo l'equivoco. L'inno c'era, ma era per tutto ciò che in lui era fuori dal cliché comunistico, della routine politica e partitica, dalla volgarità populistica.
    Era, se volete, un inno elitario, azionista, aristocratico, ma veramente "dal sen sfuggito", sincero: ritrovare un uomo, un concittadino padrone dei suoi gesti schivi, del suo accento scabroso e pur melodico; uno che visibilmente penava nell'offrirsi alla moltitudine imbandierata e caciaresca, che visibilmente sentiva fastidio per il notabilato compagnardo gioiosamente, solennemente stipato sul palco, Lama con la pipa e Pecchioli con il cilicio, Vetere pronto al taglio dei nastri e Tatò balia asciutta con contorno di gorilla e di tecnici del suono; ritrovare un italiano duro di quelli che in qualche modo sentono il bisogno di antitalianità che ha il paese furbesco e servile, che sanno ancora pronunciare parole come onestà, lavoro, merito, moralità senza che si pensi immediatamente a una predica o a una sceneggiata, a una farsa o a un melodramma.
    Il suo fascino era la diversità: non quella tanto inseguita e mitizzata dal comunismo che rigenera il mondo, ma la più reale e radicata del vir probus, del signore vero, del non plebeo. Sì, mi piaceva vederlo nelle tribune politiche e nelle conferenze stampa protetto dalla volgarità come da uno scudo invisibile e impenetrabile; uno scudo di ritrosia e di gelo su cui le parole melense o indecenti, stupide, o perfide si frantumavano.
    Fra gli amici di infanzia di Enrico Berlinguer c'è un Pietro Sanna di Sassari che ricorda: "Noi i Berlinguer li chiamavano Piringhieri, perché per noi gente del popolo un nome difficile come il loro era difficile da pronunciare.
    Giovanni molto aperto e spensierato giocava a boccette, a carambola e qualche volta a carte, Enrico invece preferiva leggere". Letture faticose, un inoltrarsi tenace e sofferente per la mistica gramsciana, per il moderno Principe e poi anche gli scritti ideologici, noiosissimi. Ma da un politico e segretario del partito comunista non ci si aspetta letteratura brillante. Del resto, il suo prestigio non è mai stato affidato alle opere ma al modo di essere uomo. Un modo ammirevole.


    Giorgio Bocca - da "la Repubblica - 09-06-84




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    16 luglio 2005

    Florence e gli altri - by Giuliana Sgrena - Il Manifesto

    «Non andate in Iraq», ha detto Chirac ai giornalisti francesi. Gli ha fatto eco Fini da Roma. Le varie ambasciate, sotto pressione Usa, avevano già intimato ai giornalisti presenti a Baghdad prima dell'inizio dei bombardamenti, il 20 marzo 2003, di abbandonare il campo. L'intimazione non ha però avuto successo e la guerra è stata rappresentata, bene o male, sia da chi doveva subire il controllo del ministero dell'informazione iracheno che da chi, «embedded», era censurato dal Pentagono. L'ulteriore deterioramento della situazione irachena ha reso ancora più difficile fare informazione. I giornalisti sono ostaggio di tutti gli effetti perversi provocati dall'occupazione militare e dalla privatizzazione della guerra. L'ostilità degli iracheni verso l'occupazione si è ampliata fino a coinvolgere tutti gli stranieri: contractor, giornalisti o lavoratori umanitari. Non basta più essere francesi - per la posizione della Francia verso la guerra e l'occupazione - per avere un trattamento diverso. Del resto, quando si spaccia un intervento militare per «missione di pace» (come ha fatto il governo italiano), non si può pretendere che dall'altra parte si facciano distinzioni sottili. E purtroppo in questa spirale perversa Enzo Baldoni ha pagato di persona.

    Ora anche l'esercito italiano ha «aperto» a corsi per i nostri aspiranti «embedded». Peggio: è arrivata alla camera, ed è già passata al senato, la revisione del codice penale militare che prevede l'applicazione della legge marziale nello «stato di pace» anche ai civili, giornalisti compresi, per «illecita raccolta, pubblicazione e diffusione di notizie militari». Naturalmente il riferimento immediato è alla «missione di pace» a Nassiriya.

    L'informazione si è dunque militarizzata: a volte, come è successo a Falluja, è impossibile seguire quel che accade senza essere al seguito di un esercito. Ma la prospettiva resta esclusivamente militare, anche se qualche volta sfuggono immagini scioccanti come quella del marine che spara sul ferito disarmato dentro la moschea di Falluja.

    Ribellarsi a questi schemi è rischioso, ma è un rischio che bisogna correre per fare informazione, per fare conoscere una realtà che altrimenti finirebbe solo nei bollettini di guerra o nei pamphlet di propaganda. Sempre di guerra.

    Florance Aubenas ha sempre corso il rischio di informare: in Ruanda, Kosovo, Algeria, Afghanistan e Iraq. Anche per questo ci sentiamo al suo fianco.

    Giuliana Sgrena - Dal Manifesto del 14-01-05




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    "Il nemico più pericoloso è quello di cui nessuno ha paura"
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    "E non poteva essere Berlusconi, perchè sapevo che la sua discesa in campo muoveva esclusivamente da interessi personali: me lo aveva detto chiaramente lui stesso".
    Indro Montanelli - Soltanto un giornalista


    LAICITA'


    "Non abbassare il pugno, vecchio. Non lo abbassare mai".
    Luis Sepulveda -
    La frontiera scomparsa



    "Parlavano anche di politica, i ragazzi del bagno. Si sentivano rossi, radicali, anarchici. Odiavano, ricambiati, gli stronzi nazisti che proliferavano nella loro scuola, figli di figli di bottegai, commercialisti, dentisti, figli di un'ignoranza italiana senza complessi. Si sentivano parte, con sfumature differenti, d'una sinistra sorridente e sincera; simpatizzavano col mondo underground dei centri sociali occupati e delle case discografiche indipendenti, e soprattutto odiavano i pinocchi di piombo delle organizzazioni di partito"           
    Enrico Brizzi -
    Jack Frusciante è uscito dal gruppo

       luis sepulveda

    Sto leggendo
    "Uno nessuno centomila" di Pirandello

    "Sostiene Pereira"
    - di Antonio Tabucchi

    the Da Vinci code - in english, il più discusso caso editoriale dell'era commercial-libraia


    davvero un libro che non puoi interrompere. Bello. In inglese è ancora più gustoso. Consiglio di leggere anche "Angels and Demons". Stepitoso.




       Eccomi a Buckingham Palace

    "Io, cristiano, non posso accettare l’idea che il Signore, invocato in tutte le mie preghiere come archetipo e fonte di tutte le Virtù, a cominciare dalla più cristiana di tutte, la Carità, si diverta a infliggere alle sue creature i tormenti di un’agonia senza speranza. Questa, anche se viene a ripetermela un Cardinale, o lo stesso Papa, per me è bestemmia".
    Indro Montanelli
    -
    La Stanza - Corriere della Sera

    Corriere.it

    IO SONO LAICO


    LAICITA'

     LUI ERA LAICO


    Perchè lui non dovrebbe adottare un figlio?


    Nella Germania Est, la sinistra primo partito

    Post Elezioni regionali 2005

    Guardian Unlimited


    Ma cos'è la destra, cos'è la sinistra...
    Giorgio Gaber


    Contro tutte le guerre

    - peace flag source internet

    Eskimo (Francesco Guccini)
    Questa domenica in Settembre
    non sarebbe pesata cosi'
    l'estate finiva piu' nature
    vent'anni fa o giu' di li'
    Con l'incoscienza dentro al basso ventre
    e alcuni audaci, in tasca "l'Unita'",
    la paghi tutta, e a prezzi d'inflazione,
    quella che chiaman la maturita'
    Ma tu non sei cambiata di molto
    anche se adesso e' al vento quello che
    io per vederlo ci ho impiegato tanto
    filosofando pure sui perche'
    Ma tu non sei cambiata di tanto
    e se cos'e' un orgasmo ora lo sai
    potrai capire i miei vent'anni allora
    e quasi cento adesso capirai
    Portavo allora un eskimo innocente
    dettato solo dalla poverta'
    non era la rivolta permanente
    diciamo che non c'era e tanto fa
    Portavo una coscienza immacolata
    che tu tendevi a uccidere pero'
    inutilmente ti ci sei provata
    con foto di famiglia o paleto'
    E quanto son cambiato da allora
    e l'eskimo che conoscevi tu
    lo porta addosso mio fratello ancora
    e tu lo porteresti e non puoi piu'
    Bisogna saper scegliere il tempo
    non arrivarci per contrarieta'
    tu giri adesso con le tette al vento
    io ci giravo gia' vent'anni fa
    Ricordi fu con te a Santa Lucia
    al portico dei Servi per Natale
    credevo che Bologna fosse mia
    ballammo insieme all'anno o a Carnevale
    Lasciammo allora tutti e due un qualcuno
    che non ne fece un dramma o non lo so
    ma con i miei maglioni ero a disagio
    e mi pesava quel tuo paleto'
    Ma avevo la rivolta fra le dita
    dei soldi in tasca niente e tu lo sai
    e mi pagavi il cinema stupita
    e non ti era toccato farlo mai
    Perche' mi amavi non l'ho mai capito
    cosi' diverso da quei tuoi cliche
    perche' fra i tanti, bella,
    che hai colpito ti sei gettata addosso proprio a me
    Infatti i fiori della prima volta
    non c'erano gia' piu' nel sessantotto
    scoppiava finalmente la rivolta
    oppure in qualche modo mi ero rotto
    Tu li aspettavi ancora ma io gia' urlavo che
    Dio era morto, a monte, ma pero'
    contro il sistema anch'io mi ribellavo
    cioe', sognando Dylan e i provo
    E Gianni ritornato da Londra
    a lungo ci parlo' dell'LSD
    tenne una quasi conferenza colta
    sul suo viaggio di nozze stile freak
    E noi non l'avevamo mai fatto
    e noi che non l'avremmo fatto mai
    quell'erba ci creseva tutt'attorno
    per noi crescevan solo i nostri guai
    Forse ci consolava far l'amore
    ma precari in quel senso si era gia'
    un buco da un amico, un letto a ore
    su cui passava tutta la citta'
    L'amore fatto alla boia d'un Giuda
    e al freddo in quella stanza di altri e spoglia
    vederti o non vederti tutta nuda
    era un fatto di clima e non di voglia
    E adesso che potremmo anche farlo
    e adesso che problemi non ne ho
    che nostalgia per quelli contro un muro
    o dentro a un cine o li' dove si puo'
    E adesso che sappiamo quasi tutto
    e adesso che problemi non ne hai
    che nostalgia, lo rifaremmo in piedi
    scordando la moquette stile e l'Hi Fi
    Diciamolo per dire, ma davvero
    si ride per non piangere perche'
    se penso a quella ch'eri, a quel che ero,
    che compassione che ho per me e per te
    Eppure a volte non mi spiacerebbe
    essere quelli di quei tempi la'
    sara' per aver quindic'anni in meno
    o avere tutto per possibilita'
    Perche' a vent'anni e' tutto ancora intero
    perche' a vent'anni e' tutto chi lo sa
    a vent'anni si e' stupidi davvero
    quante balle si ha in testa a quell'eta'
    Oppure allora si era solo noi
    non c'entra o meno questa gioventu'
    di discussioni, caroselli, eroi
    quel ch'e' rimasto dimmelo un po' tu
    E questa domenica in Settembre
    se ne sta lentamente per finire
    come le tante via distrattamente
    a cercare di fare o di capire
    Forse lo stan pensando anche gli amici
    gli andati, i rassegnati, i soddisfatti,
    giocando a dire che si era piu' felici
    pensando a chi si e' perso o no a quei patti
    Ed io che ho sempre un eskimo addosso
    uguale a quello che ricorderai
    io come sempre, faccio quel che posso
    domani poi ci pensero' se mai
    Ed io ti cantero' questa canzone
    uguale a tante che gia' ti cantai
    ignorala come hai ignorato le altre
    e poi saran le ultime oramai

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